Rivoluzione? Rivoluzione? Per favore, non parlarmi tu di rivoluzione. Io so benissimo cosa sono e come cominciano: c’è qualcuno che sa leggere i libri che va da quelli che non sanno leggere i libri, che poi sono i poveracci, e gli dice: “Oh, oh, è venuto il momento di cambiare tutto” […] Io so quello che dico, ci son cresciuto in mezzo, alle rivoluzioni. Quelli che leggono i libri vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: “Qui ci vuole un cambiamento!” e la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono intorno a un tavolo, e parlano, parlano, e mangiano. Parlano e mangiano! E intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Per favore, non parlarmi più di rivoluzione… E porca troia, lo sai che succede dopo? Niente… tutto torna come prima!
Sergio Leone “Giù la testa” 1971

Dalle rivoluzioni alle strategie: il nuovo volto del potere
Credo che le parole di Juan, nel film di Leone, nella loro semplicità racchiudano un’intera letteratura sulla strategia politica.
A ben vedere, non ci sarebbe da aggiungere molto per comprendere il meccanismo impietoso che si cela dietro a gran parte delle cosiddette “rivoluzioni” e delle promesse di cambiamento che la politica, in genere, ma soprattutto quella italiana, continua a sbandierare ciclicamente.
Ma incipit a parte, oggi il tema che desidero affrontare riguarda un altro tipo di “rivoluzione”: quella comunicativa. Una rivoluzione che, se in parte nasce dal malcontento, viene poi intercettata e modellata negli uffici dei consulenti di marketing politico.
Capire infatti come i politici oggi si muovono, soprattutto sui social, ci permette di decodificare la loro narrazione e la conseguente costruzione comunicativa, studiata a tavolino per generare appartenenza, fiducia e, soprattutto, per portare a termine obiettivi fissati in agenda.

Il politico-influencer e l’arte della seduzione pubblica
Se infatti un tempo la politica parlava esclusivamente dai salotti televisivi, attraverso interviste patinate, giornali ufficiali e voci filtrate, oggi ha letteralmente invaso i social network, inseguendo l’elettore lì dove prima si guardava con diffidenza, o addirittura con disprezzo.
Prima, il web era “un covo di idioti”. Oggi è il territorio più battuto da chi vuole governare.
Il politico è diventato così qualcosa di nuovo: un influencer travestito da rappresentante del popolo, capace di usare parole calibrate e immagini costruite non per informare o fare politica, ma per sedurre.
E dal momento che avere a che fare con dei predatori non è cosa facile, proviamo almeno a conoscere i loro schemi.
Tecniche, algoritmi e PNL: il linguaggio del potere
Sulle tecniche di comunicazione di massa esiste un’intera letteratura, il linguista e filosofo Noam Chomsky, già decenni fa, elencò le dieci regole fondamentali della manipolazione mediatica, e da allora, ne è stata fatta di strada.
Quella che prima si chiamava propaganda, oggi si chiama “strategia comunicativa”.
I messaggi sono pensati, testati, tarati su misura. Non si tratta più di contenuti ideologici, ma di frame emozionali. Chi studia comunicazione politica, infatti lo sa bene: non è più importante cosa si dice, ma come lo si dice, quando lo si dice, dove lo si dice e a chi.
Parole chiave, tono, colore della camicia o dell’abito, durata del video, ordine delle frasi: tutto è progettato.
Non è un caso se molti politici sembrano usare gli stessi schemi: usano gli stessi manuali, spesso firmati da esperti di PNL, marketing comportamentale e neurocomunicazione.

Social, consensi e sponsor occulti
Non entrerò nello specifico delle tecniche di comunicazione. Cercheremo invece di capire come mai, a un certo punto, alcuni politici diventano più presenti e più pressanti degli altri sui social.
Forse perché sono più bravi?
In parte.
Forse perché sono davvero vicini al popolo, e tengono a cuore la loro causa?
Assolutamente no.
Sono più bravi, sì.
Ma nello scopo per cui vengono scelti dai partiti. E, non da ultimo, dalle grandi lobby che li hanno sul libro paga.
Il film della politica: ruoli, copione e pubblico inconsapevole
Per inquadrare la situazione, occorre pensare alla politica come a un film ben scritto, con ruoli precisi e una trama che si ripete. E qui ci viene in aiuto Christopher Vogler, con il suo Viaggio dell’Eroe, da cui prendiamo in prestito i suoi “personaggi chiave”:
Il protagonista: l’uomo (o la donna) di governo, ma può essere un semplice sindaco, un assessore, un presidente di regione, di provincia o una figura istituzionale più alta.
Questi soggetti sono quasi sempre intercambiabili, a seconda della stagione elettorale.
L’antagonista: è l’avversario politico, spesso rappresentato come il nemico pubblico numero uno.
È colui che si mostra vicino al popolo, che non ha paura di dire “le cose come stanno”. Conosce bene il pensiero collettivo e, come tale, si erge a suo difensore, diventando “uno di loro”.
Gli amici: personaggi minori che appoggiano l’uno o l’altro, pronti a intervenire in momenti strategici per sostenere la narrativa di uno dei due fronti.
I mentori: figure autorevoli, intellettuali, giornalisti, influencer, in grado di dare spessore alla narrativa dei due protagonisti. Possono fare la differenza in termine di credibilità, e quindi di spostare l’ago della bilancia.
E poi ci sono gli elementi narrativi:
La storia da sviluppare: lo storytelling che regge tutta la messinscena.
Il Graal da conquistare: il potere, la poltrona, la carica, il salto di carriera.
Ma attenzione: in questo film il popolo-elettore non conosce la sceneggiatura.
Al massimo ci si ritrova dentro, come comparsa.
E, nella maggior parte dei casi, lavorerà alacremente e inconsapevolmente per aiutare il protagonista (o l’antagonista) a raggiungere il SUO obiettivo, che però, non è quello del popolo.
A volte, però, accade che i partiti sbaglino nella scelta del volto da mandare in scena.
Nonostante l’investimento in interi team di strategia comunicativa, tra copywriter, spin doctor e social media manager, alcuni rappresentanti riescono nell’impresa di non sapere nemmeno ciò che dicono.
In questi casi, il partito corre ai ripari: attiva i personaggi minori, modula la narrazione… e via via silenzia il protagonista. Fino al prossimo cambio di cast.

Like, sorrisi e piani editoriali
Così, ad un certo punto, iniziamo a vedere, soprattutto sui social, il politico di turno (e di esempi ne abbiamo moltissimi, sia a livello nazionale che locale) che non si limita più a parlare.
Posta.
Condivide momenti non solo politici, ma anche frammenti della sua quotidianità. Crea contenuti, si mostra “vicino alla gente”.
Ma attenzione: non sta comunicando. Sta solo costruendo consenso emotivo.
Spesso viene affiancato da veri e propri team di esperti social, fotografi e analisti. Ogni post è frutto di un piano editoriale. Ogni parola, un colpo mirato. Ogni immagine, un messaggio non verbale.
E quando lo vedi che, improvvisamente, si fa più presente, e te lo ritrovi ovunque con un fare più diretto, più “umano”… allora sta succedendo qualcosa.
Sta preparando un salto di carriera. Vuole salire di livello, candidarsi, ottenere un incarico più alto.
Non è un’illuminazione sociale.
È strategia.

Come è in grande, così in piccolo
Come già detto, la narrazione politica non riguarda solo i grandi leader nazionali.
Anche nel piccolo, a livello locale, provinciale o regionale, vengono messe in moto le stesse identiche dinamiche. Personaggi che all’inizio appaiono in sordina, quasi invisibili, e che fino al giorno prima non sapevi nemmeno che esistessero, iniziano lentamente a postare ogni giorno, a parlare al “popolo” con toni diretti, e anche loro se il copione lo permette, raccontano la loro quotidianità come farebbe un qualsiasi influencer mentre presenta la sua skincare.
Ma anche in quel caso, nulla è casuale. Dietro quei post costruiti, quelle foto tra la gente, quelle frasi familiari, c’è già la preparazione delle prossime elezioni, atte a mantenere uno status quo, oppure, più spesso di quanto si creda, il raggiungimento degli scranni di Roma.
Il sogno è l’ingresso nella stanza dei bottoni, e la strategia è quella delle stesse chiavi comunicative, già collaudate da chi è riuscito prima di loro.

Il copione è sempre lo stesso
Quando si parla di “nuovo”, vien sempre da sorridere, perché la percezione collettiva del nuovo è, in realtà, estremamente relativa. Nel corso degli anni, in particolar modo dalla fine della Prima Repubblica, abbiamo visto cambiare i protagonisti, cambiare a più riprese i loghi dei partiti, cambiare i nomi, i simboli, persino i colori delle cravatte e delle camicie…
Ma la sceneggiatura è scritta da tempo. Ed è sempre la stessa.
Chi è all’opposizione recita la parte del paladino del popolo. Lo abbiamo visto chiaramente con personaggi come:
Salvini, dopo la rovinosa caduta di Bossi, mise rapidamente da parte l’idea di una Padania indipendente dall’Italia e dall’Unione Europea.
In una giravolta teatrale, indossò le famose felpe personalizzate e, con la retorica dei porti chiusi, si fece passare per una parte dell’elettorato come l’unico baluardo a difesa degli “italiani veri”.

Il Movimento 5 Stelle che ricordiamo si presentò come forza rivoluzionaria, paladina dell’onestà, della trasparenza e della democrazia diretta. Ma una volta arrivati al potere, i grillini dimostrarono con dolorosa evidenza quanto tutta la loro idea di politica fosse, nel migliore dei casi, un’utopia.
E nel peggiore… un’illusione ben confezionata.

Meloni, durante il periodo Covid, intercettò il malcontento popolare richiamando alla “libertà di scelta” sui vaccini, ergendosi a simbolo della resistenza contro un sistema percepito come oppressivo.
E una volta arrivata al potere?
L’immagine combattiva, “anti-sistema” e popolare, si è via via trasformata in una figura istituzionale, allineata, addomesticata. Dai proclami di libertà si è passati a un linguaggio fatto di “sacrifici necessari”, “responsabilità di governo”, “scelte difficili”; iniziando ad accogliere ciò che prima criticava: dall’uso degli F35 agli accordi con l’UE, dal sostegno alla NATO fino alla gestione dell’economia secondo i binari tracciati da Draghi e soci.
Ma forse, il punto più controverso della sua traiettoria politica riguarda il ruolo ambiguo, passivo-attivo, nel genocidio in atto a Gaza e il suo sostegno incondizionato, confermato dalla vendita di armi e dall’assenza di un reale dissenso verso le operazioni militari israeliane, che stanno cancellando intere generazioni di civili palestinesi.

Anche lei, come tutti gli altri, ha scoperto che il potere vero non si cambia con le parole. Si eredita.
E chi lo eredita, lo mantiene come l’ha trovato, limitandosi a cambiare lo sfondo dei post su Instagram, Facebook o nei video di TikTok.
La sinistra, qui ci vorrebbe un libro enciclopedico per raccontare le sue continue metamorfosi, sia ideologiche che rappresentative, compiute nel corso degli anni. Mi limiterò quindi alla sua “rappresentazione odierna”, mentre indossa la maschera del difensore dei diritti civili e sociali, dimenticando di quando era al potere, mentre firmava decreti stillicidi, accettava restrizioni, abbassava la testa davanti alle imposizioni sovranazionali, e contribuiva all’erosione delle libertà individuali in nome dell’“emergenza”.


La politica come teatro ciclico tra fascisti, comunisti e altre maschere da palcoscenico
Insomma, le giravolte sono sempre le stesse. C’è qualcuno “al governo” che fa il lavoro sporco, mentre l’opposizione tiene a bada il malcontento generale con la promessa di un cambiamento.
Perché “loro”, quelli al potere, sono sempre o “fascisti” o “comunisti”... a seconda dei casi. E il popolo, disilluso da chi governa, guarda a quel vecchio-nuovo volto con un filo di speranza.
Sempre lo stesso meccanismo. Sempre la stessa illusione.
Poi accade ciò che accade sempre.
Una volta al governo, il paladino si trasforma. Comincia la stagione dei compromessi, delle leggi impopolari, dei doveri imposti a colpi di decreto.
La narrazione cambia tono: si passa dai “cittadini” ai “contribuenti”, dai “diritti” ai “vincoli europei”,
dalla “libertà” alla “responsabilità collettiva”.
E il popolo, che aveva creduto in un cambiamento, si ritrova ancora una volta tradito, confuso, deluso.
Ma ecco che l’opposizione di turno — quella che fino a ieri era bollata come inadeguata, pericolosa o inutile, indossa un nuovo vestito, cambia strategia comunicativa, e si prepara al grande ritorno in scena.
È il ciclo eterno della politica che a livello comunicativo viene definito:
- Ciclo del consenso
- Populismo comunicativo
- Framing strategico
- Agenda setting
In realtà, più semplicemente, è un giro di valzer tra attori che si scambiano i ruoli senza mai cambiare il finale. L’importante è recitare bene la parte. L’importante è che il pubblico resti seduto, convinto di assistere a uno spettacolo nuovo.

La trappola della rassegnazione. E la via dell’autenticità.
La sfiducia nel mondo politico è oggi una conseguenza naturale, soprattutto da parte di quell’elettorato che, ormai scevro dalle ideologie di partito, ha iniziato a osservare la politica con razionalità.
Se infatti i seguaci sfegatati dei vari partiti , quelli che potremmo definire “ultras”, seguono la narrativa dominante senza porsi troppe domande, l’altra parte dell’elettorato, quella che non è né di destra né di sinistra, diventa sempre più difficile da convincere con storie tappabuchi.
Perché, semplicemente, non se le beve.
Ed è proprio da qui che nasce la retorica più diffusa degli ultimi anni:
“Tanto è tutto uguale”,
“Non cambia mai niente”,
“Sono tutti uguali”.
Ma questa, paradossalmente, è la trappola più grande. La rassegnazione è esattamente l’effetto collaterale desiderato da chi muove i fili: un popolo deluso, stanco, spento… è un popolo gestibile.
Precisiamo: i politici autentici esistono (anche se pochi)
Sì, esistono ancora dei bravi politici.
Sono rari, certo.
Non hanno la sovraesposizione mediatica degli altri.
Non hanno interi team a curarne ogni post, ogni frase, ogni gesto.
Ma ci sono.
E spesso si possono riconoscere per alcuni tratti precisi:
C’è continuità tra le parole e azioni.
È coerente, anche quando non conviene Non scarica sempre colpe sugli altri. Sa dire: “Abbiamo sbagliato”
Crede davvero in ciò che dice, non ha bisogno di slogan ogni tre secondi. È presente anche dopo, quando non serve raccogliere like. L’autentico non cerca solo l’applauso, ma il confronto. E non blocca le critiche.
E soprattutto
Non trasforma ogni contenuto in una campagna pubblicitaria
Chi è autentico comunica con parole semplici, anche se imperfette.
Non ha bisogno di montaggi emozionali, di contenuti costruiti da un team di comunicazione.
E soprattutto: non spende più in immagine che in ascolto.
E sebbene oggi anche i più sinceri devono saper comunicare, ma una cosa è usare bene i mezzi, un’altra è affidarsi a interi staff per costruire un personaggio da vendere in vetrina.
Tutto questo si chiama “autenticità” e il politico che mostra tale requisiti, spesso paga il prezzo della sua coerenza, perché non piace a tutti, perché non è strategico.
Ma, proprio per questo, resiste nel tempo, e continua a parlare anche quando non gli conviene.
Non costruisce la propria immagine. Resta fedele alla propria voce.

E allora che si fa?
Non possiamo cambiare da soli la sceneggiatura. Ma possiamo smettere di fare da comparse inconsapevoli. Iniziando dallo sviluppare uno sguardo critico: quando un politico parla, chiediamoci perché lo sta dicendo proprio ora.
Riconoscere le tecniche di persuasione: emozioni, ripetizioni, storytelling- non sono spontaneità, sono strategia.
Parlare, discutere, confrontarsi: non con toni da tifo da stadio, ma per capire insieme.
Sostenere informazione libera e indipendente: quella che smonta le narrazioni costruite.
Responsabilizzarsi come cittadini: non siamo solo elettori. Siamo la parte viva di un sistema che può ancora essere riattivato.
I bravi politici sono rari, ma esistono e non aspettano altro che occhi capaci di riconoscerli.
A questo punto…
E allora, vogliamo continuare a farci raccontare una storia… o vogliamo iniziare a scriverne una nostra?
Il potere della comunicazione è enorme. Ma ancora più grande è il potere di chi sa riconoscerla, decodificarla… e scegliere con consapevolezza se crederci o meno.
Perché, a volte, la rivoluzione non comincia da un palco.
Comincia da uno sguardo che non si lascia più incantare.
Rossella Tirimacco
Professionista nella Relazione d’aiuto , Trainer esperta in Comunicazione e processi Relazionali, Operatrice linguaggio del Colore e Feng Shui
Il presente testo è protetto da copyright © Rossella Tirimacco. La condivisione è benvenuta, purché venga sempre citata la fonte e l’autrice.
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Bibliografia
Noam Chomsky – Media e potere: Dieci strategie della manipolazione mediatica
McCombs, Maxwell & Shaw, Donald “The Agenda-Setting Function of Mass Media (1972)”
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