Il ruolo del Parlamento è di approvare senza chiedere troppe spiegazioni, quella del popolo di stare a guardare: preferibilmente da un’altra parte.
Noam Chomsky
Hanno provato a convincerci con le emozioni, a spaventarci con i fantasmi del passato, e a comprarci con lo sconto sulle accise. Ma la ‘Fabbrica del Consenso’ questa volta ha trovato un granello di sabbia imprevisto: il buonsenso degli italiani. In questo editoriale analizziamo insieme come la peggiore comunicazione politica di sempre si sia scontrata con la resistenza silenziosa della nostra Costituzione.
Perché la vittoria del No era già scritta
Non ho mai espresso un parere sul referendum durante la campagna elettorale; del resto, erano in così tanti a parlarne, e non sempre con cognizione di causa, che ritenevo la mia opinione superflua. Ma a votazioni terminate, con la vittoria del No, da osservatrice esterna sento di dover dire una cosa.
Premesso che la vittoria del No era per me abbastanza scontata, e non come semplice “monito alla Meloni” – se lo stesso referendum lo avesse proposto la sinistra, sono convinta che l’esito sarebbe stato identico – dobbiamo chiederci: questo significa che gli italiani non vogliono rinnovarsi e sono ancorati a una “carta vecchia”, come ha detto qualcuno? Assolutamente no.
Il punto è che la gran parte degli italiani, escludendo chi segue supinamente le direttive del proprio partito, ha sviluppato gli anticorpi verso una certa politica. Soprattutto quando i governanti decidono di mettere le mani sulla Costituzione ignorando che i problemi del mondo reale sono di ben altra natura.
La “Fabbrica del Consenso” e il cortocircuito razionale
C’è poi da dire che la linea comunicativa del governo attuale è stata decisamente fallimentare. Hanno provato ad applicare quella che Noam Chomsky definisce la ‘Strategia dell’Emozione’: un tentativo di causare un cortocircuito nell’analisi razionale del cittadino per parlare direttamente alla pancia. L’uso di cliché, luoghi comuni e frasi a effetto mirava a creare un ‘Effetto Carrozzone’ (Bandwagon Effect), ovvero quella pressione psicologica che spinge le persone a uniformarsi alla massa per non sentirsi escluse.
Tuttavia, questa volta la ‘Fabbrica del Consenso’ si è inceppata. Il tentativo di ridurre un tema complesso come la riforma costituzionale a slogan da ‘casa nel bosco’ non ha sortito l’effetto sperato. Dopo quattro anni di gestione di ‘casa Italia’ piuttosto discutibile, e con il rischio concreto di un coinvolgimento bellico a causa di una politica estera ritenuta servile nei confronti di Trump e di Netanyahu, anche l’elettore più fedele ha preferito abbandonare il ‘gregge’ per informarsi autonomamente sulle ragioni del Sì e del No.
Garlasco, fuorionda e “agende nascoste”: il naufragio della credibilità
Il contrasto tra i portavoce è stato poi il colpo di grazia. Abbiamo assistito a un Tajani che smentiva il se stesso di pochi mesi prima; a una Meloni che, in preda a quello che Chomsky chiamerebbe “spostamento dell’attenzione”, citava il delitto di Garlasco e la “casa nel bosco” mentre Nicola Gratteri e molti giuristi l’asfaltavano pubblicamente, spiegando che il referendum sulla separazione delle carriere e il CSM non c’entrava assolutamente nulla con quelle tragedie.
Abbiamo visto Simonetta Matone smentire in diretta e in un fuori onda il suo Ministro Nordio, definendo “folli” le sue uscite e ammettere candidamente che “tutti noi pensiamo le cose che ha detto lui, ma sono cose che non si possono dire pubblicamente”. Confermando così il sospetto che ci fosse un’agenda nascosta, e distruggendo così quel minimo di “credibilità” della linea ufficiale.
E ancora, le grida disperate di chi, come la Santanché o la Bartolozzi, che dipingeva la magistratura come un “plotone d’esecuzione” solo perché le indagini bussavano alla porta.
Fuori sede e accise a scadenza: quando il calcolo elettorale insulta l’intelligenza
A nulla è servito, poi, il tentativo di ostacolare il voto dei fuori sede. Gli universitari fanno numero e hanno un peso specifico non indifferente; impedire loro di votare a distanza è stata percepita come una deliberata e programmata volontà di allontanare un pericolo elettorale. Una mossa che ha sortito l’effetto opposto, trasformando il disagio in mobilitazione.
E che dire delle famigerate accise? Su quelle stendiamo un velo pietoso. Eliminare 25 centesimi per soli venti giorni, proprio a ridosso del referendum, è stata un’operazione di un cinismo disarmante. In un momento storico in cui la guerra è alle porte e lo Stretto di Hormuz è di fatto chiuso ai ‘nemici dell’Iran’ – con i prezzi del carburante destinati a schizzare alle stelle – un’agevolazione a scadenza così breve è parsa più una ‘marchetta’ elettorale che un aiuto concreto alle famiglie. Un insulto all’intelligenza di chi sa che, passata la festa, si torna a pagare il conto, più salato di prima.
Vincere per sottrazione: quando la confusione dell’opposizione aiuta il No
Alla luce di un vero e proprio disastro comunicativo, va detto che le possibilità della vittoria del Si potevano esserci. Del resto il centrosinistra che non è nuovo alle spaccature, anche in questo caso ha scelto di procedere “a sentimento” tra il Si e il No. Così abbiamo visto da una parte il cosiddetto “campo largo”, fermo sulla difesa dell’esistente; dall’altra un’area riformista, da Azione di Calenda a figure come Minniti, fino ai costituzionalisti di Libertà Eguale, e non da ultimo figure come Marco Rizzo, che hanno scelto senza troppi giri di parole di stare sul Sì. Per questi ultimi, la separazione delle carriere non era un attacco alla democrazia, ma un tema storico del riformismo: uno strumento per rendere il giudice davvero terzo.
Ed è proprio qui il punto. Questa frattura ha mostrato una cosa semplice: sulla giustizia (e non solo) la sinistra non ha più una linea chiara. Oscilla, a seconda dei momenti, tra garantismo di facciata e giustizialismo elettorale. Una confusione che alla fine ha fatto un danno preciso: ha lasciato molti elettori senza un riferimento. E nel dubbio, come spesso accade, hanno scelto di fermarsi scegliendo il No.
Da Barbero a Travaglio: la vittoria delle figure terze su una sinistra senza bussola
Dall’altro lato, sul fronte No, abbiamo visto invece una modalità comunicativa sobria e sensata. La scelta più azzeccata sicuramente è stata far parlare figure ritenute “affidabili” e autorevoli: Travaglio, Di Battista, Sommi, Scanzi e, forse più di tutti, lo stimato professor Barbero. In mancanza di una leadership capace nel centro-sinistra, (la ferita del periodo Covid è ancora aperta ), puntare su personalità terze è stata la mossa più sensata.
Presumo che alla Schlein, figura quasi mitologica, ma incapace di rappresentare il suo partito, abbiano consigliato di mantenere un profilo basso e di parlare il meno possibile. La sua comunicazione è notoriamente inefficace e, da sola, avrebbe rischiato paradossalmente di portare voti al Sì.
No sia stato un blocco compatto della sinistra. Non è andata così.
Abbiamo visto una spaccatura evidente: da una parte il cosiddetto “campo largo”, fermo sulla difesa dell’esistente; dall’altra un’area riformista — da Azione di Calenda a figure come Minniti, fino ai costituzionalisti di Libertà Eguale — che ha scelto senza troppi giri di parole di stare sul Sì.
Per questi ultimi, la separazione delle carriere non era un attacco alla democrazia, ma un tema storico del riformismo: uno strumento per rendere il giudice davvero terzo.
Ed è proprio qui il punto. Questa frattura racconta una cosa semplice: sulla giustizia la sinistra non ha più una linea chiara. Oscilla, a seconda dei momenti, tra garantismo di facciata e giustizialismo elettorale.
Una confusione che alla fine ha fatto un danno preciso: ha lasciato molti elettori senza un riferimento. E nel dubbio, come spesso accade, hanno scelto di fermarsi. Hanno scelto il No.
Le due facce della stessa medaglia: la vittoria del popolo sulle scadenze elettorali
Una considerazione finale: al di là degli errori comunicativi, il No ha vinto perché il problema era la sostanza. La separazione delle carriere e la riforma del CSM non sono apparse come un modo per velocizzare i processi, che è ciò di cui i cittadini hanno davvero bisogno, ma come un tentativo grossolano di rendere i magistrati più ‘morbidi’ o controllabili dalla politica.
La nostra Costituzione è costruita poi su un equilibrio delicatissimo: spostare troppo i poteri verso l’esecutivo a scapito del legislativo o del giudiziario rischia di creare una frattura insanabile, che non sappiamo dove potrebbe portare (o ‘riportare’). L’errore più macroscopico, già commesso in passato da altri schieramenti, è stato poi trattare la Carta Costituzionale come un decreto legge qualsiasi. La Costituzione è di tutti; se la maggioranza di turno cerca di riscriverla da sola a colpi di voti, la trasforma inevitabilmente in una ‘legge di parte’. Le regole del gioco non si cambiano a colpi di maggioranza: una riforma che tocca le fondamenta della nostra convivenza civile andrebbe scritta e votata tutti insieme, con un consenso largo che superi gli schieramenti del momento.
Insomma, in questo caso, gli italiani hanno capito che non si trattava di ammodernare la macchina dello Stato, ma di svuotarne i freni d’emergenza. Hanno scelto di difendere l’architettura della democrazia da chi voleva trasformarla in un ufficio di presidenza.
Comunque siano andate le cose, una lettura attenta del voto andrebbe fatta da tutti. E non mi riferisco solo al centrodestra, ma a un’intera classe politica che, nel corso degli anni, ha finito per trasformarsi nelle due facce della stessa, identica medaglia. Forse la vera domanda non è perché abbia vinto il No, ma perché gli italiani non credano più a chi propone il cambiamento. Senza fiducia, qualsiasi riforma resta solo un’operazione di facciata. Tra chi urla per convincerci e chi tace per non farsi scoprire, resta un solo fatto: la Costituzione appartiene al popolo, non alle scadenze elettorali. E forse, per una volta, gli italiani se ne sono ricordati.
Rossella Tirimacco
Il presente testo è protetto da copyright © Rossella Tirimacco. La condivisione è benvenuta, purché venga sempre citata la fonte e l’autrice.
Per utilizzi diversi o pubblicazioni, contattami direttamente.
Se ti è piaciuto questo articolo e desideri esplorare ulteriormente i concetti trattati, ti consiglio alcuni libri che ho selezionato per te. Acquistandoli su Amazon tramite i link che trovi qui sotto, non solo avrai l’opportunità di arricchire la tua conoscenza, ma supporterai anche il mio lavoro, permettendomi di continuare a creare contenuti di qualità.
Grazie di cuore!
Noam Chomsky, Edward S. Herman La fabbrica del consenso. La politica e i mass media

Noam Chomsky, “Media e potere”

Victor Pichard “La fabbrica del consenso: Decifrare le tecniche di manipolazione di massa”

