Il cavallo è stato da sempre considerato come creatura sacra presso tutte le antiche civiltà. Come animale totem nella simbologia presenta significati contrapposti: bianco e nero, da un lato creatura notturna collegata con il mondo degli inferi, dall’altro è la rappresentazione del mondo solare e creatura che vive tra le divinità. Nella mitologia i cavalli sono figure di rilievo a partire da Pegaso il cavallo alato nato dal terreno bagnato dal sangue versato da Perseo dopo che tagliò il collo di Medusa. Il più famoso dei cavalli alati aiutò infatti l’eroe, figlio di Zeus, a liberare Andromaca. In seguito aiutò Bellerafonte a sconfiggere Chimera e combattere le Amazzoni.

Sleipnir, il cavallo con otto zampe di Odino

Anche Helios, dio del sole guidava un carro di fuoco trainato da quattro cavalli bianchi che percorrevano rapidissimi la volta celeste diffondendo la luce del giorno . Nella mitologia nordica i cavalli occupano un posto fondamentale, Odino ad esempio, cavalcava Sleipnir, un cavallo bianco che aveva otto zampe e con il quale era in grado di cavalcare il cielo e l’acqua e di passare così nei due mondi.

Joseph Blanc, Perseo e Pegaso, 1869

Miti, simboli e archetipi dunque, e come tali, secondo Jung, rappresentazioni dell’inconscio collettivo. Il cavallo diventa così simbolo dell’energia pulsante e il suo carattere indomito e libero diventa una rappresentazione delle nostre emozioni .

Non a caso il grande filosofo armeno Gurdjieff utilizzava proprio la metafora della carrozza per descrivere gli stati dell’essere umano, e i cavalli rappresentano appunto le emozioni, il cocchiere rappresenta la mente, la carrozza il corpo fisico, mentre l’anima o l’io superiore è il passeggero.
Le emozioni, esattamente come i cavalli vanno quindi controllati e seguiti affinché non siano loro a governare la nostra vita. La vigilanza del cocchiere è quindi fondamentale per “guidare la carrozza”, diversamente i cavalli (emozioni) trascineranno l’uomo ovunque anche dove egli non desidera.

Il cavallo diventa così uno specchio delle nostre parti e delle nostre pulsioni interiori. Ma il cavallo da un punto di vista “umano” è soprattutto una preda, e come tale incarna quindi il femminile. Domare un cavallo può avere così due chiavi di lettura, da un lato la capacità di saper padroneggiare i propri impulsi, per cui il cavallo incarna l’elevazione spirituale, dall’altro “il domare il femminile”, che in questo caso è una sottomissione dell’animale e di quello che esso rappresenta per le nostre ferite emotive.

Il mito di Demetra che si trasforma in giumenta a seguito della sparizione di sua figlia Persefone, rapita da Ade, ci apre infatti ad un certo tipo di lettura: la madre (Demetra) tratta in inganno da Poseidone che si trasforma in stallone per accoppiarsi con lei, diventa appunto simbolo di quella sottomissione nei riguardi della dea Madre. La figura di Poseidone, ci mostra però un altro aspetto del cavallo, la parte oscura dell’elemento maschile. Non più preda (come Demetra) ma predatore come il dio. Vediamo così la dualità dell’animale, il maschile e il femminile, esattamente come un tao.
Anche la scelta di un cavallo può raccontare molto del cavaliere o di chi si avvicina anche solo per puro diletto a questi animali.


Il colore del manto è un simbolo anch’esso e come tale un rivelatore della nostra personalità.
Il mondo di questi straordinari animali andrebbe inquadrato in una prospettiva decisamente più ampia e non semplicemente come “svago e sport”. Da secoli i cavalli raccontano storie e lo fanno attraverso il mito, e attraverso essi ci parlano di noi mostrandoci le nostre luci e ombre.
Approcciarsi ai cavalli in una maniera differente, riconoscendo il valore rappresentativo che essi incarnano, può portarci a far emergere le nostre virtù e prendere consapevolezza dei nostri demoni. L’esterno è un simbolo del nostro mondo interno, e il cavallo può diventare così il simbolo di quello specchio che non vogliamo vedere.

Rossella Tirimacco