Ci sono parole che non conosciamo fino a quando non diventano necessarie.
“Domicidio” è una di queste.
Nata dal termine inglese domicide, questa parola viene usata per descrivere la distruzione sistematica delle abitazioni durante i conflitti armati.
È formata dalle radici latine domus (casa) e -cidium (dal verbo caedere, “tagliare”, “uccidere”), le stesse che ritroviamo in parole come infanticidio, genocidio, femminicidio.
Il termine fu coniato nel 2001 da due geografi canadesi, John Douglas Porteous e Sandra E. Smith della Victoria University, che pubblicarono in quell’anno un libro destinato a lasciare il segno:
Domicide: The Global Destruction of Home (La distruzione globale della casa).
Quel volume venne definito “l’analisi più completa, finora mai scritta, sulla distruzione deliberata di case e terre natali”. Da allora, il concetto ha iniziato a farsi strada nel dibattito accademico, fino a raggiungere, lentamente, le soglie della coscienza collettiva.
Oggi questa parola sta lentamente emergendo anche in Italia.
È una ferita linguistica che tenta di dare un nome a un dolore collettivo: quello di chi perde la casa non per scelta, ma per strategia.
Una parola che, prima ancora di entrare nei dizionari, si è fatta spazio tra le macerie.
Quando si distrugge una casa, si colpisce molto più di un edificio
Una casa non è solo un tetto: è memoria, radici, identità. È il profumo del caffè la mattina, le orme dei bambini sul pavimento, le foto ingiallite sui mobili. Distruggerla non è solo un atto materiale: è un crimine dell’anima.
Negli ultimi tempi, il termine è stato usato per descrivere l’annientamento di interi quartieri in Ucraina, Siria, Cecenia, e soprattutto nella Striscia di Gaza, dove le immagini satellitari rivelano una devastazione che supera ogni immaginazione. Ma il domicidio esiste anche in assenza di guerre ufficiali: sfratti forzati, esodi economici, speculazioni edilizie, sgomberi “legali” che lasciano le persone senza più un luogo da chiamare casa. Persone che da un momento all’altro si ritrovano “cancellate” la memoria fisica della propria esistenza.
Personalmente sono testimone del significato profondo che riveste la casa, quando questa viene ridotta a un cumulo di macerie.
Il terremoto dell’Aquila del 2009, con oltre trecento vittime solo nel capoluogo, mise in ginocchio un’intera città e parte della regione: i crolli furono così numerosi da lasciare migliaia di famiglie senza più un tetto.
Chi vive una simile perdita lascia tra quelle macerie una parte di sé. E non tutti riescono a superare un simile trauma.
Ma se gli eventi naturali sono “legge della natura” – una forza con cui l’uomo non può negoziare – allora, pur nel dolore, possiamo solo accettare e nel tempo lasciar andare.
Ma quando è una mano umana a colpire, a strapparti la casa, a decidere arbitrariamente per la tua vita, allora il dolore assume un altro nome.
Perché distruggere una casa significa decidere il destino di un altro essere umano.

Può uno sfratto essere un domicidio?
Non sempre serve una bomba per distruggere una casa. A volte basta un foglio, una firma, una decisione presa altrove.
Gli sfratti forzati, gli espropri per interesse economico, gli sgomberi “legali” possono lasciare cicatrici invisibili tanto quanto una demolizione fisica.
L’avvocato Gabriele Dallara, nel 2022, ha proposto il termine domicidio legale per descrivere:
“l’annichilimento fisico, psicologico e sociale di persone in assoluta difficoltà economica, causato dalla negazione del diritto all’abitazione.”
(Fonte: blawb.it, “Domicidio legale”, 13 gennaio 2022)
E allora ci chiediamo:
può uno sfratto essere una forma di domicidio?
Se priva non solo del tetto ma della memoria, della continuità, della dignità… allora sì.
Perché togliere una casa è sempre, in qualche modo, un attentato alla vita.
L’ONU vuole riconoscerlo come crimine contro l’umanità
E se ci pensiamo, dovrebbe essere così.
Perché togliere una casa è come cancellare un’esistenza, spezzare un legame invisibile ma potentissimo tra individuo, terra e identità. È un attentato alla dignità, spesso giustificato con parole fredde e burocratiche come “necessità strategica”, “riqualificazione”, “pubblica utilità”.
Ma chi ha mai deciso che bombardare — o comunque distruggere — luoghi dove vivono intere famiglie possa essere considerato “utile”?
E soprattutto: utile a chi?
Agli interessi economici, ai giochi di potere, a logiche militari? Certamente non a chi in quella casa ci è nato, ha cresciuto i figli, ha seppellito ricordi tra le mura.
Rendere il domicidio un crimine contro l’umanità non è solo un atto formale: è un riconoscimento simbolico del dolore collettivo che oggi milioni di persone nel mondo stanno vivendo.
È il minimo che possiamo fare per dare voce a chi è rimasto in silenzio sotto le macerie.
“Gli occhi degli altri vedono le macerie. Gli esuli, la loro casa.“
Questa frase, tratta da un bellissimo articolo del giornalista Marco Brando – e utilizzata da Porteous e Smith nel 2001 per l’incipit del loro libro, ha dato il via a questa mia riflessione. Una frase che è un pugno allo stomaco. Ma è anche la verità nuda e cruda. Le macerie parlano, se sappiamo ascoltarle.
Chi vuole approfondire, può leggere l’articolo completo cliccando sul link
📎 DOMICIDIO: quando le case vengono uccise – Marco Brando
Rossella Tirimacco
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Grazie di cuore!
Domicide: The Global Destruction of Home

