La politica italiana è diventata il regno dei mediocri. Al posto del contenuto, solo propaganda vuota e marketing da social media.

Michele Boldrin

È il 29 giugno del 2025 quando sul sito X compare un post del vicepresidente del Consiglio dei ministri e ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Antonio Tajani che cita: “Quarant’anni fa i leader europei scelsero la bandiera comune dell’Europa. Blu come il manto della Madonna, con le 12 stelle delle tribù d’Israele disposte in cerchio. Un simbolo dei nostri valori di libertà, delle nostre radici giudaico-cristiane.
L’articolo potrebbe finire qui, lasciando il lettore in uno stato confusionale: Tajani, in un eccesso di inventiva, ha forse dato sfogo alla sua retorica giudaico-cristiana? O, più semplicemente, il caldo comincia a fare brutti scherzi?

Credo però che questa “perla” comunicativa non possa cadere nell’oblio, e che in un qualche modo vada commentata, soprattutto in un momento in cui l’opinione pubblica mondiale guarda con crescente inquietudine la politica israeliana e ai suoi effetti devastanti sul popolo palestinese, Tajani invece — decide di rispolverare proprio le dodici tribù d’Israele e piazzarle… sulla bandiera dell’Unione Europea.

E la domanda sorge spontanea: ci crede davvero, o sta giocando una partita più subdola? Insomma, ci è o ci fa?

Da un lato abbiamo l’Europa, nata sulle ceneri della guerra, fondata su ideali di pace, armonia e laicità. La sua bandiera — quel cerchio di dodici stelle dorate su fondo blu — rappresenta l’unione dei popoli, non certo un’allusione biblica.
Lo dicono i documenti ufficiali, lo dicono i padri fondatori, lo dice la Storia.

Dall’altro lato, Tajani che — come se niente fosse — ripesca il simbolismo religioso, lo mescola alla politica estera, e ci regala una reinterpretazione fantasiosa della simbologia europea: le stelle sarebbero un omaggio alle tribù di Israele, il blu il manto della Madonna.
In un colpo solo, la bandiera dell’Europa viene piegata a una visione identitaria giudaico-cristiana, in totale spregio del contesto geopolitico attuale e della verità storica.

Che sia frutto di ignoranza o strategia, poco importa. Il risultato è lo stesso: un messaggio sbagliato, pericoloso, e profondamente divisivo.

Perché oggi, mentre Gaza brucia e le piazze si riempiono di proteste, associare l’Europa alle “tribù d’Israele” non è solo fuori luogo. È un gesto che rischia di alimentare tensioni, confusione e malafede.

Un po’ di storia e simboli veri

La bandiera europea che oggi conosciamo venne adottata nel 1955 dal Consiglio d’Europa, ben prima della nascita dell’Unione Europea.
Tra i contributi principali spiccano quelli di Paul Michel Gabriel Lévy e, soprattutto, di Arsène Heitz, grafico cattolico che dichiarò, in documenti privati, di essersi ispirato alla visione mariana dell’Apocalisse.

Ma — e questo è il punto chiave — nessun documento ufficiale ha mai riconosciuto significati religiosi.
Il blu rappresenta il cielo dell’Occidente, le dodici stelle tutti i popoli europei nella loro diversità, il cerchio la loro unità.
Nessun riferimento al manto della Madonna. Men che mai alle tribù d’Israele.

E se vogliamo scomodare la numerologia, il 12 rappresenta l’ordine cosmico, la completezza, l’armonia e il passaggio alla realizzazione.
È il numero delle ore, dei mesi, dei segni zodiacali, dei cicli vitali.
Non è il numero di un popolo solo, ma di tutti i popoli che cercano senso e struttura nel tempo e nello spazio.

E poi c’è il blu. Non quello “del manto della Madonna”, ma quello del cielo, della comunicazione, della parola autentica e non violenta.
Nel linguaggio del colore, l’azzurro è legato al chakra della gola, alla diplomazia, alla lucidità mentale. È il colore che unisce, non quello che divide. È il simbolo dell’autorevolezza, non della propaganda.

Non sappiamo però se il ministro per le sue dichiarazioni abbia preso spunto dal libro del vaticanista Enzo Romeo, “Salvare l’Europa – Il segreto delle 12 stelle”.

Nel testo, Romeo ricostruisce con cura le origini della bandiera, riportando sì le suggestioni personali del grafico Arsène Heitz — affascinato dalla visione mariana dell’Apocalisse — ma chiarendo che:

“La bandiera europea fu adottata come simbolo universale, laico e inclusivo, senza alcun riferimento religioso nei documenti ufficiali.”

Insomma, un conto è l’ispirazione personale di un disegnatore negli anni ’50, un altro è usare oggi quei simboli per veicolare una precisa narrativa identitaria.
Tajani non solo manca di visione collettiva, ma aggancia al suo messaggio una metafora religiosa che suona come una bomba a orologeria, soprattutto in un’epoca in cui l’Europa, per molti, è vista come un “male da estirpare”.

Inserire un riferimento così esplicito alle tribù d’Israele, nel cuore di una guerra in cui il movimento sionista è ampiamente criticato per i massacri a Gaza, è un gesto che va ben oltre l’infelice.
È una provocazione sottile, che si muove su un piano indiretto: quello della riprogrammazione di un simbolo.

Quando infatti un leader afferma che “la bandiera europea rappresenta le tribù di Israele”, non sta semplicemente esprimendo un’opinione personale.
Sta riscrivendo il senso collettivo di un simbolo comune, lo piega a un’identità religiosa specifica, lo sottrae al suo valore universale.

E allora, di nuovo, la domanda ritorna: Tajani ci crede davvero? O ci fa?

Da un ministro della Repubblica soprattutto se questo riveste la carica di vicepresidente del Consiglio dei ministri e ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, ci si aspetterebbe sobrietà, competenza, rispetto istituzionale. Invece ci troviamo davanti a Tajani che interpreta la bandiera dell’Unione come fosse una reliquia da omelia, con il rischio di gettare l’Italia nel ridicolo diplomatico.

In un’Europa che si interroga su cosa voglia dire “essere uniti”, il nostro ministro preferisce un racconto mitologico e selettivo, dove religione e geopolitica si intrecciano senza nessuna cautela.
E questo non è solo pericoloso. È irresponsabile.
Il nostro mondo è pregno di simboli, sono ovunque, anche nascosti. Il loro potere è inimmaginabile e questi vanno “sempre” maneggiati con cura. Non sono giocattoli da propaganda, né vessilli da reinterpretare a seconda delle stagioni ideologiche.

In un Europa sempre più a pezzi, sempre più frammentata, se si vuole dare continuità a questo progetto nel quale i popoli non si riconoscono, c’è bisogno di unità nella diversità, c’è bisogno di riconoscimento, di visioni alte, inclusive, lungimiranti, e non di retoriche parziali e polarizzanti.
E chi la rappresenta, dovrebbe ricordarselo ogni volta che prende in mano una penna, o un telefono.

Rossella Tirimacco

Nota: Chi erano le 12 tribù d’Israele?
Le dodici tribù erano i discendenti dei figli di Giacobbe, patriarca biblico. Costituivano una confederazione tribale nell’antica Israele.
Ma con l’Europa moderna non hanno nulla a che vedere: il loro inserimento nella bandiera è una forzatura simbolica, che sa più di catechismo che di storia.

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