Per ogni razione di pane negata.
Per ogni bambino lasciato morire sotto le macerie.
Per ogni madre rimasta con le braccia vuote.
Per ogni padre che non ha più lacrime da versare.Oggi, 9 maggio 2025, i social si riempiono dell’hashtag #ultimogiornodigaza.
Un grido disperato che non è solo simbolico:
nella Striscia di Gaza, 2,3 milioni di persone sono intrappolate in una catastrofe umanitaria senza precedenti.

Una mattina come tante, Facebook ti sblocca un ricordo di dieci anni fa: un mio vecchio articolo sul conflitto israelo-palestinese. Oggi come allora, tante le voci che tuonano contro quello che è un vero e proprio massacro ai danni di una popolazione che si trova in una sorta di limbo tra l’inferno e la terra. Milioni di persone che non hanno un proprio Stato, né una terra dove vivere, poiché quella che abitavano da generazioni fu loro sottratta dopo la Seconda guerra mondiale, quando le grandi potenze occidentali decisero di creare uno Stato ebraico nei territori della Palestina, allora abitata in prevalenza da popolazioni arabe musulmane.
In quei luoghi, dove un tempo convivevano pacificamente diverse religioni e culture, sorse uno Stato — Israele — pensato per un solo popolo e un solo credo, nel nome di un progetto politico che non tenne conto di chi già viveva lì. I territori dove vivevano milioni di palestinesi, in gran parte musulmani sunniti, furono occupati e i suoi abitanti cacciati dalle loro case.
Intanto, mentre il mondo fuori cambiava, mentre c’era sempre qualche guerra da combattere di qua o di là, mentre esplodeva il consumismo più sfrenato e Hollywood ci regalava sogni su pellicola, la questione palestinese diventava sempre più sbiadita. Ogni tanto si riaccendevano i riflettori, di fronte ad orrori che non potevano restare nascosti all’opinione pubblica: un po’ di clamore, qualche presa di posizione, e poi tutto tornava come prima.

Senza entrare nel dettaglio di una guerra che ormai impazza da oltre mezzo secolo, arriviamo ad oggi. A quanto sta avvenendo nella Striscia di Gaza.
La Striscia di Gaza oggi
In questo minuscolo lembo di terra di appena 365 km², più piccolo della città di Roma ,vivono più di 2,3 milioni di persone, più della metà sono bambini.
Sono palestinesi. Non hanno uno Stato riconosciuto. Non possiedono un passaporto. Ma soprattutto rappresentano una popolazione senza diritti, che vive — se la parola vivere può ancora definire la loro condizione — in una vera e propria prigione a cielo aperto.
Una terra che da quasi vent’anni è sotto blocco totale imposto da Israele, e in parte controllata anche dal confine egiziano.
Dal 2007, quando il movimento di Hamas ha preso il potere interno, Israele ha deciso di sigillare completamente i confini con la Striscia, impedendo la libera circolazione di persone, merci, carburanti e aiuti. Da allora, Gaza è diventata una gabbia soffocante, dove mancano ospedali funzionanti, acqua potabile, energia elettrica continua. Dove il mare è inquinato, e l’aria è piena di droni.
Chi nasce a Gaza non può uscire, non può scegliere, non può sognare.
È come venire al mondo in punizione perpetua.

Eppure non basta. Non basta per definire l’orrore di un conflitto che in questa terra ha ormai raggiunto dei livelli di disumanità allucinanti. Da oltre due mesi, Israele ha imposto un blocco totale agli aiuti umanitari. Le cucine comunitarie, come quelle gestite dalla World Central Kitchen, hanno chiuso per mancanza di rifornimenti, privando la popolazione di circa 500.000 pasti gratuiti al giorno (Reuters). Persino il pane è diventato un lusso! Secondo l’UNRWA, oltre 66.000 bambini soffrono di malnutrizione acuta. Gli ospedali sono sovraffollati e privi di forniture essenziali.

Ma non è ancora finita, negli ultimi giorni, il governo israeliano ha infatti approvato un piano che prevede l’occupazione totale e indefinita della Striscia di Gaza. Una decisione che rappresenta un cambiamento radicale rispetto alle precedenti strategie militari, che si concentravano su operazioni mirate per smantellare Hamas. Ora, l’obiettivo dichiarato è la conquista e il mantenimento del controllo su tutto il territorio di Gaza.

Secondo quanto riportato dal The Guardian il piano include lo spostamento forzato di centinaia di migliaia di palestinesi verso il sud della Striscia, in aree designate come “zone umanitarie”, e la distruzione sistematica delle infrastrutture esistenti. Il ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich, ha dichiarato che “Gaza sarà completamente distrutta” e che la popolazione palestinese “lascerà in gran numero verso paesi terzi”, sollevando timori di pulizia etnica.
Non è forse questo che si chiama deportazione? Io direi inoltre che qui altro che “timori di pulizia etnica”: siamo già nella sua attuazione!
Queste azioni hanno suscitato una forte condanna internazionale. Norvegia e Islanda, insieme ad altri paesi europei, hanno denunciato il piano come una violazione del diritto internazionale, definendolo uno spostamento forzato illegale (deportazione, per l’appunto). Anche le Nazioni Unite e diverse organizzazioni umanitarie hanno espresso preoccupazione per le conseguenze catastrofiche di tali operazioni sulla popolazione civile di Gaza. Inoltre, il piano prevede che Israele assuma il controllo della distribuzione degli aiuti umanitari attraverso aziende private sotto supervisione militare, una mossa che è stata criticata per violare i principi umanitari fondamentali. (El Pais– The Guardian)

Così oggi 9 maggio 2025, mentre Gaza tra una bomba e l’altra, si è trasformata in un cimitero a cielo aperto e un’intera popolazione, composta per metà da bambini, è intrappolata in un incubo da cui nessuno sembra volerla svegliare, in Occidente si continua a parlare di “diritto alla difesa” di Israele (tralasciando la memoria storica dell’invasore) e si oscilla tra l’indifferenza e il sostegno attivo a chi sta mettendo in atto una delle più gravi crisi umanitarie del nostro tempo.
Quanto sta avvenendo a Gaza non possiamo chiamarlo solo “conflitto”.
Questa è una cancellazione. E no, non è una parola esagerata! È una parola scelta.

Quando uno Stato – armato, finanziato, protetto dalle grandi potenze – isola un intero popolo, ne bombarda le scuole, ne affama i bambini, ne distrugge gli ospedali, non è più difesa.
È esercizio di potere. È dominio.
È una punizione collettiva.
E quando si progetta di cancellare completamente quel popolo da quel territorio, costringendolo all’esilio o alla morte… quello si chiama genocidio.
Non si tratta più di una guerra. Non c’è più nulla da “bilanciare”, nulla da giustificare. C’è un popolo chiuso in gabbia, ammassato in una striscia di terra che diventa ogni giorno più piccola, più affamata, più devastata.
C’è un esercito, quello israeliano, che ha fatto della punizione collettiva una strategia. Che nega gli aiuti umanitari, bombarda ospedali e scuole, chiude ogni via di fuga.
E c’è il mondo. Il mondo che guarda, che commenta, che analizza… ma non ferma la mano del carnefice.
E noi, nel frattempo?
Siamo qui, col caffè caldo in mano, con il telefono che ci scorre tra le dita, a scorrere immagini di bambini massacrati e a passare oltre.
C’è chi posta un tramonto, chi un selfie.
C’è chi dice “non mi interessa la politica”, ma quella che si consuma oggi non è politica, è macelleria. È silenzio colpevole. È genocidio sotto i riflettori.
E allora chiediamoci: che razza di umanità siamo diventati, se tutto questo riesce a non farci più male?
Io non voglio essere complice.
Io non voglio essere tra quelli che hanno visto – e hanno taciuto.
Alzo gli occhi, il crocifisso sopra la porta del mio studio ferma i miei pensieri… Così vedo l’Uomo e sento una sua parabola:
“Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.”
(Matteo 25,40)
E allora chi bombarda un ospedale, bombarda anche Lui.
Chi affama un bambino, affama anche Lui.
Chi tace davanti a un popolo che muore…
è già complice della Croce.
Rossella Tirimacco
Condividi oggi sui social un contenuto (post, video, foto, cartello, disegno,…) con gli hashtag #gazalastday e #ultimogiornodigaza. #Gaza#MSF#CessateIlFuoco
