La banalità del male oggi ha il volto di chi tace.
Di chi ricorda l’Olocausto ma ignora Gaza.
Di chi commemora le vittime di ieri, mentre giustifica quelle di oggi.
Il male non sempre urla. Spesso si traveste da normalità, si nasconde nelle parole misurate, negli occhi voltati altrove, nel silenzio istituzionale che sa e non interviene.
E allora la memoria non è più uno strumento di coscienza.
È solo una maschera.
E chi continua a indossarla… diventa complice.

Quando ero bambina e facevo le elementari, ogni venerdì a scuola ci portavano al cinema. Bastavano 100 lire e un’intera classe di cuori curiosi si ritrovava seduta al buio, davanti a uno schermo che prometteva avventure e colori.
Ma quel venerdì no.
Quel giorno ci mostrarono Il diario di Anna Frank.

Il film era cupo, grigio, lento, e per me “brutto”. Io, che amavo i colori e la gioia, lo trovai insopportabile. Non ero pronta, in fondo avevo solo 8 anni. Non ero in grado di reggere quella realtà spogliata di speranza. I bambini infatti non capiscono perché si debba guardare ciò che fa piangere. Ma lo sentono. E io, senza capirlo, rimasi scossa.

Poi crebbi.
E iniziai a studiare la storia non più come una filastrocca da ripetere a memoria, ma come una materia viva, dolorosa, che entrava sotto pelle. L’Olocausto divenne uno dei temi centrali della mia formazione: non solo l’orrore in sé, ma il meccanismo mentale che lo rese possibile.

Perché non furono solo i carnefici a causare quella tragedia.
Furono milioni di obbedienze cieche, milioni di “ho solo eseguito gli ordini”, milioni di “non potevo fare diversamente”.

Hannah Arendt, con la sua Banalità del male, ci ha spiegato bene come il mostro non abbia bisogno di sembrare tale: gli basta confondersi nella normalità.
Ma già prima di lei, Gustav Le Bon e Sigmund Freud avevano analizzato la psicologia delle folle, mostrando come persino l’individuo più integro, inserito in un contesto collettivo, finisca per perdere la propria capacità di discernere.
Ci si adatta all’ambiente, si assorbono comportamenti altrui, si spegne il pensiero critico.
E così, passo dopo passo, l’essere umano si uniforma al sistema, anche quando quel sistema è marcio.

Durante il periodo del Covid, quando la paura diventava legge e la legge pretendeva obbedienza cieca, ho rivisto lo stesso schema.
Ordini assurdi, imposti nel nome di una sicurezza che sottraeva libertà. Chi osava dissentire veniva isolato, deriso, censurato e denunciato.
Io stessa l’ho vissuto sulla mia pelle: isolamento, denunce, persino un processo penale, solo per aver preso parola durante una manifestazione (in realtà era una conferenza stampa) non organizzata.
Un prezzo altissimo, pagato semplicemente per aver scelto di non tacere.


Ed è lì che ho capito ancora di più una cosa: io sono umana.
Orgogliosamente umana.
E se l’umanità non si ribella all’ingiustizia, allora diventa solo massa.

E oggi, mentre guardo ciò che accade a Gaza, il dolore mi soffoca.
Perché è da decenni che tutto questo accade. Da decenni si chiudono gli occhi. Da decenni si usano parole come “equilibrio”, “difesa”, “diritto”…
Ma nessun diritto può giustificare un bambino dilaniato.
Nessun equilibrio contempla l’eccidio quotidiano di civili.
Nessuna memoria è degna, se dimentica il presente.

Mi fa male, visceralmente , vedere il mondo che si commuove per la Giornata della Memoria ogni 27 gennaio, ma che oggi si volta dall’altra parte davanti a un genocidio trasmesso in diretta.
Cosa resta della memoria se non ci insegna a riconoscere l’Olocausto in quanto accade oggi?

Non riesco più ad accettare la retorica di chi, in nome della memoria della Shoah, pretende di mettere a tacere ogni critica all’operato dello Stato d’Israele. Appena denunci i crimini della politica sionista, vieni accusato di antisemitismo, come se la memoria servisse non a proteggere l’umanità, ma a giustificare l’impunità.
Io non accetto questa cecità strumentale, questa paura comoda. Preferisco essere “troppo sensibile” piuttosto che anestetizzata.
E soprattutto, non voglio diventare normale in un mondo malato.

Quello stesso mondo dove mentre a Gaza i corpi si accumulano sotto le macerie, la politica tace.
Tace l’Europa, che un tempo si vantava di essere culla dei diritti.
Tace l’ONU, che si perde tra risoluzioni inefficaci e dichiarazioni vuote.
Tace il nostro governo, e il nostro Presidente, incapace persino di chiamare le cose col loro nome.
È un silenzio vergognoso. Un silenzio che grida complicità.

E allora mi chiedo, ci chiediamo:
Ma cosa possiamo fare?

Possiamo parlare, quando tutto invita a tacere.
Possiamo scrivere, testimoniare, denunciare.
Possiamo smettere di voltare lo sguardo.
Possiamo boicottare, scegliere consapevolmente, sostenere chi aiuta davvero.
Possiamo educare, insegnare ai nostri figli a non obbedire mai senza pensare.
Possiamo restare umani — che oggi, in questo mondo anestetizzato, è già un atto rivoluzionario.

E se tutto questo sembra troppo piccolo di fronte a un genocidio, allora ricordiamoci che ogni grande cambiamento è nato da una coscienza che ha detto: basta.

Io non ci sto.
Io non dimentico.
Io non mi arrendo.
E tu?

“Il mondo non sarà distrutto da quelli che fanno il male, ma da quelli che li guardano senza fare nulla.”
— Albert Einstein

Rossella Tirimacco