A volte l’universo ci parla in silenzio.
Non usa parole, ma segni. Segnali sottili che ci colgono all’improvviso: un’immagine, un incontro, una presenza.
È quello che Jung definisce sincronicità: momenti in cui due o più eventi accadono in modo coincidente, senza alcun legame causale apparente, ma con un significato profondo per chi li vive.
Non è “caso”, ma nemmeno “causa-effetto”: è significato che si manifesta nel tempo, come se l’universo volesse comunicare qualcosa attraverso un simbolo.

Ed è proprio uno di quei “messaggi” arrivati dall’universo il motore di questo articolo.

Un pomeriggio qualunque, mi affaccio sul balcone e i miei occhi vanno verso l’alto, sulla tenda.
Uno strano insetto, lungo circa otto centimetri, spicca sul tessuto bianco.
Mi fermo a guardarlo. Non ho molta voglia di mandarlo via — troppa fatica — e poi lui se ne sta lì, tranquillo, per i fatti suoi.

L’episodio scivola via così.
Il giorno successivo, all’improvviso, volto lo sguardo verso l’edera del balcone e… mimetizzata tra le foglie, di peperoni, scorgo di nuovo l’insetto del giorno prima.
Stavolta voglio capire che animale sia e… oplà! È una mantide religiosa.

In quel preciso istante, sento un pugno nello stomaco. Una contrazione profonda, come se il mio cervello rettile avesse riconosciuto qualcosa.
È quel tipo di attivazione che chiamiamo istinto: non si serve della logica, non ragiona, ma attinge a un codice primordiale, inciso nella parte più antica di noi.

Resto immobile a osservarla.
La mantide è un animale totem, e la sua simbologia è complessa e affascinante.
Da un lato rappresenta la pazienza, la fermezza, la capacità di saper aspettare il momento giusto. In alcune culture africane e asiatiche, è considerata una messaggera degli spiriti o un intermediario con il divino. La sua postura, che ricorda le mani in preghiera, ha alimentato l’idea che sia un animale sacro, associato alla meditazione e alla spiritualità profonda.
Dall’altro, incarna la figura della predatrice, un femminile antico, istintivo, capace di distruggere e creare. È colei che per proteggere la prole si nutre del partner. Una creatura ambivalente, elegante e letale, uno di quegli animali che destabilizzano il confine tra “bene” e “male”: prega, poi uccide.

Rientro in casa e, distrattamente, inizio a scrollare sul cellulare. Un video su You Tube attira la mia attenzione, tema: il narcisismo.
Perfetto. Tra mantidi e narcisisti corre un filo invisibile dove è difficile scorgere la linea di confine.

Apro il video del dottor tal dei tali e… noto con disappunto che si rivolge esclusivamente alle donne, come se il narcisismo fosse un disturbo solo maschile.
Dentro di me una voce si alza: Scusi, dottore… e le donne narcisiste dove le mettiamo? Perché continuare a promuovere una narrativa così sbilanciata, quasi ideologica?

È vero, oggi si parla molto di uomini narcisisti. Ma il narcisismo non ha genere.
E le donne che agiscono con manipolazione, controllo, predazione emotiva, esistono eccome.
Il problema è che se ne parla ancora troppo poco.
Troppo comodo lasciarle nell’ombra. Troppo pericoloso fingere che non esistano. Così come in un flash quel “messaggio dell’universo” sotto forma di insetto inizia ad avere un senso e che mi parla della “donna mantide”.

  • Mantidi e narcisismo: il simbolo ignorato

La nostra società, spesso impastata di luoghi comuni e narrative preconfezionate, continua a rappresentare la donna quasi esclusivamente come vittima di un antico retaggio culturale, il cosiddetto “patriarcato” — divenuto ormai più un tema politico che sociale.
In questo contesto, il narcisismo viene spesso raccontato come una diretta conseguenza di quella dinamica, rafforzando l’idea di un mondo femminile esclusivamente in balia dell’uomo brutto e cattivo.

Ma è davvero così?

È importante chiarire: i numerosi e tragici casi di femminicidio non hanno nulla a che vedere con l’argomento trattato.
Quella follia che porta alcuni uomini a uccidere è un fenomeno a sé, e non può — né deve — essere confuso con la dinamica narcisistica.

Se smettiamo di gettare tutto nello stesso calderone, possiamo finalmente osservare un aspetto spesso taciuto: quello delle donne affette da disturbi narcisistici, che si trasformano in vere e proprie mantidi.

La scelta della mantide religiosa come simbolo del narcisismo femminile non è infatti casuale.
Nel mondo animale, la mantide è nota per un comportamento estremo: dopo e spesso “durante” l’accoppiamento, la femmina, nel pieno dell’atto, comincia a nutrirsi del partner partendo proprio dalla testa. E, sebbene l’atto sessuale non sia ancora concluso, il corpo del maschio continua ad accoppiarsi, come in un ultimo gesto cieco di obbedienza alla natura. Una pratica che, seppur brutale serve a fornire alla femmina il necessario apporto di proteine per favorire la rapida produzione delle uova e la conservazione della specie.

Il ciclo vitale del maschio si conclude così, con un “semplice” atto sessuale.

Questa immagine potente è diventata, nella cultura popolare, metafora della femme fatale: la donna che seduce, manipola e poi annienta chi ha avuto l’illusione di essere amato.

Allo stesso modo, la donna narcisista attua un processo molto simile: ti conquista, ti svuota… e poi ti lascia in frantumi.

  • Le due facce del narcisismo: overt e covert

Quando si parla di narcisismo, la mente corre quasi sempre all’uomo. Eppure, anche la donna può incarnare dinamiche narcisistiche, spesso in forme più sottili e difficili da riconoscere.

Secondo la letteratura psicologica, il narcisismo grandioso (overt) risulta ancora oggi più diffuso negli uomini. Tuttavia, negli ultimi anni la distanza tra i due generi si sta riducendo, segno che il fenomeno è trasversale e in evoluzione.

In psicologia, si distinguono due principali volti del narcisismo:

  • Quello grandioso (overt), caratterizzato da arroganza, bisogno di ammirazione, estroversione e autocompiacimento.
  • E quello vulnerabile (covert), più tipico nelle donne, che si manifesta attraverso insicurezza, vittimismo, perfezionismo, falsa modestia, difensività e bisogno costante di conferme.

Nonostante le apparenze, queste due modalità condividono la medesima struttura di base: senso di superiorità, fantasie grandiose, e una profonda mancanza di empatia.

  • Come agisce la donna narcisista

Le modalità d’azione della donna narcisista sono spesso meno evidenti di quelle maschili, ma altrettanto incisive. Tende a muoversi con strategie meno visibili e meno plateali, ma dietro una facciata affascinante e accogliente, si muove un disegno preciso, capace di destabilizzare e controllare profondamente l’altro attraverso la propria femminilità.

Seduzione e aggancio
Si presenta come unica, speciale, in grado di far sentire il partner scelto e privilegiato. Al pari della mantide religiosa che si mimetizza tra il verde o tra le sterpaglie cambiando colore, così la donna narcisista si mimetizza con la maschera di chi sa accogliere e capire l’altro.
In questa fase, il comportamento è molto simile a quello maschile: idealizzazione, fascinazione e promessa di un legame esclusivo.

Manipolazione emotiva
Alterna momenti di vicinanza e dolcezza a improvvisi distacchi, svalutazioni e silenzi. Questo crea nel partner una dipendenza affettiva profonda, fatta di attese e insicurezze continue.
Anche in questo caso, le dinamiche sono analoghe a quelle maschili, ma spesso più mascherate.

Aggressività indiretta
Mentre l’uomo narcisista tende a essere diretto, assertivo e plateale, la donna preferisce strategie sottili e invisibili quali:

  • critica velata
  • silenzio punitivo
  • esclusione sociale
  • insinuazioni travestite da premure
  • alimenta pettegolezzi, in cui lei si pone “in difesa” del partner stesso

Il suo stile comunicativo è soft-spoken, apparentemente mite, ma in realtà profondamente manipolativo e distruttivo. Il danno psicologico si insinua lentamente, ma lascia segni profondi.

Sfruttamento relazionale
Utilizza il partner come fonte di nutrimento: emotivo, sociale o materiale. Non per amore, ma per mantenere il controllo e alimentare la propria immagine.

Ciclo tossico
Idealizzazione → svalutazione → scarto.
Una sequenza inesorabile che svuota l’altro, lasciandolo insicuro, confuso e incapace di riconoscersi come vittima.

Il suo è un logorio silenzioso e costante, che divora dall’interno. Come la mantide: elegante, ambigua, predatrice.

    • Il silenzio degli uomini, vergogna, invisibilità e giudizio sociale

    Se è vero che le donne vittime di narcisismo cominciano, oggi, ad avere voce e spazio — anche grazie a libri, video, gruppi di sostegno — lo stesso non accade per gli uomini.
    Anzi: l’uomo che subisce una relazione tossica, manipolatoria o abusante spesso resta in silenzio. Non ne parla. Tiene per sé l’inferno che sta vivendo.
    Perché?

    La risposta è semplice, quanto crudele: vergogna sociale.

    Viviamo ancora in un sistema culturale che associa l’“essere uomo” a immagini di forza, controllo, leadership. Un uomo che cade in trappola, che si lascia manipolare da una donna, che viene sminuito, umiliato, perfino sfruttato… viene percepito come debole.
    E la debolezza, per la società, è un crimine se sei maschio.

    Quante volte abbiamo sentito frasi come:
    – “Ma dai, sarà stata una stronza, volta pagina.”
    – “E tu che sei scemo che ci sei cascato?”
    – “Ma dai, è solo una donna…”

    L’uomo viene colpevolizzato per il proprio dolore, ridicolizzato se prova a denunciare, ignorato se chiede aiuto. Il suo trauma non fa notizia. Le sue ferite vengono archiviate sotto la voce “ingenuità”. E se prova a reagire, viene spesso bollato come aggressivo, instabile, inaffidabile.

    Il risultato?
    Moltissimi uomini rimangono in silenzio.
    Alcuni arrivano persino a difendere la propria carnefice, auto-colpevolizzandosi.
    Altri si convincono di aver esagerato, minimizzando il comportamento tossico e disturbante della loro mantide.

    Molti non sanno nemmeno di essere stati vittime di una relazione narcisistica.
    E proprio per questo, gli strumenti diagnostici — sviluppati su modelli maschili — faticano a cogliere le sfumature della componente femminile.

    Oggi sappiamo molto sul narcisismo maschile grazie alle donne che hanno avuto il coraggio di parlare.
    Ma lo stesso non possiamo dirlo del narcisismo femminile, che viene spesso confuso con altri disturbi — come il borderline — o ignorato del tutto.

    E intanto, la mantide continua a divorare.
    In silenzio.
    Senza lasciare tracce evidenti. Ma solo macerie interiori.

    • La donna mantide nei luoghi di lavoro

    Il narcisismo femminile, ovviamente, non si manifesta solo nelle relazioni affettive. È tutt’altro che raro trovarsi a collaborare o a dover lavorare con una donna mantide, con la quale risulta pressoché impossibile instaurare un rapporto sano.
    Le sue dinamiche di controllo sottile si mimetizzano sotto forma di efficienza, determinazione, persino “leadership”.

    Spesso crea gruppi in cui si erge spontaneamente a guida, aiutando anche chi è in difficoltà. Ma non lo fa per sincero altruismo: lo fa per ego, per costruire una maschera sociale del tipo “guardatemi come sono generosa”, e circondarsi di un vero e proprio entourage di fedeli riconoscenti.
    Il suo bisogno non è aiutare, ma primeggiare.
    “Senza di me non siete capaci”, “Sono la migliore”: la competizione è alla base di ogni suo movimento.

    Manipola il gruppo minando l’autostima degli altri attraverso sorrisi e frecciate calibrate, mai dirette, sempre insinuanti.
    Chi ha una sensibilità sviluppata coglie quelle stoccate sottili ma, incapace di reagire, incassa il colpo in silenzio, iniziando a dubitare di sé.

    Dove passa, lascia tensione, sfiducia e un clima tossico, spesso difficile da riconoscere — ma ancora più difficile da sanare.
    Diversi studi confermano che le abitudini narcisistiche femminili possono causare gravi danni emotivi, lavorativi e relazionali, spesso con una discrezione velenosa che le rende più difficili da individuare rispetto a quelle maschili.

      • Il narcisismo non ha genere.

      È una maschera che può indossare chiunque: uomo o donna, vittima o carnefice, mente brillante o fragile.
      Ma finché continueremo a raccontare una sola parte della storia, finché ci ostineremo a vedere la donna solo come vittima e l’uomo solo come predatore, non faremo altro che alimentare la menzogna.

      La donna narcisista esiste.
      È reale, silenziosa, affascinante.
      Indossa sorrisi e parole dolci, ma colpisce con precisione chirurgica.
      Non ha bisogno di alzare la voce: le basta toglierti il terreno da sotto i piedi, poco a poco.
      Ti seduce, ti svuota, ti consuma.
      Come la mantide.
      E quando ha finito, se ne va. Senza mai sporcarsi le mani.

      Riconoscerla non significa odiare le donne, così come parlare di uomini feriti non significa negare le ferite femminili. Significa guardare il reale con occhi sgombri, rompere la narrativa a senso unico, dare voce a chi non ne ha.

      Rossella Tirimacco

      Professionista nella Relazione d’aiuto , Trainer esperta in Comunicazione e processi RelazionaliOperatrice linguaggio del Colore e Feng Shui

      Le immagini sono state create da Luca Martelli tramite strumenti I.A. con l’intento di rappresentare visivamente l’articolo. È vietata la riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione.

      Bibliografia

      Gender differences in narcissism: A meta-analytic review

      The Guardian ” ‘Female narcissism is often misdiagnosed’: how science is finding women can have a dark streak too”

      “Sex Differences in Narcissistic Personality Traits Across the Lifespan” – Psychological Bulletin (2015), The Guardian (2025).
      DSM-5, APA, articoli su Frontiers in Psychology e Psychology Today.

      Frontiers in Psychology, National Library of Medicine, articoli specialistici su dark triad e narcisismo vulnerabile.

      Il presente testo è protetto da copyright © Rossella Tirimacco. La condivisione è benvenuta, purché venga sempre citata la fonte e l’autrice.
      Per utilizzi diversi o pubblicazioni, contattami direttamente.