“Ogni campanella è una soglia, capace di chiudere o aprire mondi, là dove la scuola diventa la prima gabbia da cui impariamo a volare.”
Con settembre lasciamo l’estate alle spalle in maniera definitiva o quasi con la campanella del nuovo anno scolastico che per molti ragazzi è suonata proprio oggi.
Per alcuni sarà l’inizio di un percorso nuovo, come per i più piccoli che muovono i primi passi all’asilo — compresa la mia piccola Diana, che inizierà con poche ore in un ambiente tutto da scoprire, mentre altri resteranno per l’intera mattinata.
Per i più grandi, invece, la campanella segnerà l’inizio di quella che spesso viene percepita come una prigione chiamata scuola: orari rigidi, compiti, verifiche, regole. Per pochi fortunati sarà invece un ritorno sereno, un luogo di amicizie e curiosità.
Oggi, come ogni anno, le domande però restano le stesse: cosa offre davvero la scuola a questa generazione? E soprattutto, per chi suona la campana?

Se per i più giovani la scuola è ingresso in un mondo nuovo, fatto di scoperte e primi legami, per tanti adolescenti suona come una condanna. E non è difficile capirli: con un sistema didattico rimasto quasi fermo alla preistoria, molte lezioni si trasformano in lunghi monologhi noiosi. Non stupisce che i ragazzi si annoino e si distraggano.
Negli ultimi anni si è parlato tanto di deficit dell’attenzione, come se fosse un virus improvviso che colpisce intere generazioni. La verità, invece, è sotto gli occhi di tutti: viviamo immersi in schermi, immagini, stimoli continui. È naturale che i giovani apprendano più per immagini che per testi statici, e che il loro cervello faccia fatica a “rallentare”. Non è un difetto, è un adattamento al mondo che li circonda.
Questi ragazzi, che davanti a pc e cellulari diventano dei piccoli geni, spesso si trasformano in “somari” davanti a un libro. Non perché siano stupidi, ma perché il loro cervello funziona ormai in un altro modo. E la scuola, anziché adeguarsi, continua a proporre lo stesso modello di sempre.

Non è colpa dei ragazzi, e non è neppure solo colpa degli insegnanti, tanti dei quali vivono ogni alunno “perso” come un fallimento personale. La verità è che la struttura scolastica ha finito per lasciare indietro molti alunni e scaricato tutto il peso sugli insegnanti, spesso ridotti allo stremo, logorandoli fino all’esaurimento.
Così si assiste a un tiro alla colpa che coinvolge famiglie, valori, educazione. Per molti insegnanti, il rapporto catastrofico che i ragazzi hanno con la scuola viene ridotto unicamente a questo: “sono maleducati”. Una semplificazione che non tiene conto delle trasformazioni in atto, del cambiamento percettivo, né delle difficoltà emotive che i giovani vivono oggi.
E poi ci sono i casi limite. Quei ragazzi che sembrano irraggiungibili, ribelli a ogni regola, impermeabili a ogni richiamo. È facile etichettarli come “casi persi”, ma la verità è più complessa: spesso dietro i loro muri ci sono ferite profonde, famiglie disfunzionali, solitudini che nessuno ha mai ascoltato davvero. Non tutti si lasciano aiutare, è vero. Alcuni scelgono di restare nel rifiuto, altri si perdono in strade pericolose. Ma ridurli semplicemente a “maleducati” significa non vedere la loro storia e non capire che, almeno una possibilità, c’è sempre. Non esistono ragazzi totalmente persi, esistono ragazzi non ancora trovati. E non sempre la scuola, da sola, ha la forza e i mezzi per farlo.

La verità è che i ragazzi non sono un muro sordo: chiedono ascolto, rispetto e un rapporto autentico. Lo dimostrano bene le parole di mia nipote Elisa Tirimacco che, devo dire mi hanno “colpita”:
“Noi ragazzi sappiamo distinguere tra giusto e sbagliato se qualcuno ce lo insegna. Per me insegnare non significa solo togliere o vietare ma esserci, ascoltare e costruire un rapporto. Il mondo è cambiato e proprio per questo servono nuovi modi di educare. Se i figli hanno paura di essere giudicati o spiati, si chiuderanno sempre di più. Servono adulti che parlino con noi, che ci rispettino abbastanza da guidarci anche con l’esempio e non solo con le regole.”
Quello che serve non è un’accusa, ma un invito: non arrendiamoci. Non vediamo i ragazzi come pigri o cretini. Sono il prodotto del nostro tempo, e sta a noi trovare nuovi linguaggi e nuovi strumenti per avvicinarli. Non basta il “bla-bla-bla”: bisogna renderli protagonisti, farli entrare nelle storie, nelle scienze, nella vita. Solo così la scuola potrà tornare ad essere non una gabbia, ma un laboratorio di crescita.

Un invito ai ragazzi: la scuola vi potrà sembrare gabbia o potrà diventare parco, dipenderà dagli occhi con cui la guarderete e dalle persone che incontrerete lungo il cammino.
Eppure, al di là delle sensazioni contrastanti, una certezza rimane: la scuola lascia tracce. È un passaggio che accompagnerà la vostra crescita, che insegna non solo nozioni ma anche il confronto con gli altri, la pazienza, la fatica, il valore di alzarsi ogni giorno e imparare a camminare un po’ più lontano.
Che sia prigione o rifugio, resterà comunque una parte della vita che, un domani, molti di voi ricorderanno con nostalgia e un pizzico di tenerezza.
A tutti gli studenti, piccoli e grandi, l’augurio è di vivere questo anno con coraggio e curiosità. Che ogni campanella non sia solo un richiamo all’obbligo, ma anche un invito a crescere, a sognare, a scoprire voi stessi.
Rossella Tirimacco
Professionista nella Relazione d’aiuto , Trainer esperta in Comunicazione e processi Relazionali, Operatrice linguaggio del Colore e Feng Shui
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