“Orrore a Sulmona, violentano una dodicenne e postano il video. Indagati un coetaneo e un diciottenne” (Ansa)

“Paolo suicida a 14 anni, i presunti abusi e insulti dei compagni” (La vita in diretta)

Nei giorni scorsi, Sulmona, la mia città, è stata scossa da una notizia che ha lasciato tutti senza parole: una vicenda dolorosa che ha visto protagonisti giovanissimi, sia vittime che carnefici. Quasi in parallelo, a Latina, Paolo – un altro ragazzo di appena quattordici anni – ha chiuso per sempre il libro della sua vita. Non è mia intenzione soffermarmi sui particolari della cronaca, che appartengono alla competenza della giustizia e al rispetto per chi ha subito. Quello che conta davvero è ciò che fatti del genere ci rivelano: la fragilità della nostra società, il vuoto educativo che attraversa famiglie, scuola, comunità, politica. Quando la violenza coinvolge adolescenti, non è più solo un dramma privato: è uno specchio impietoso che ci costringe a guardare in faccia la nostra indifferenza e a interrogarci su cosa stiamo trasmettendo alle nuove generazioni.

Ogni minuto davanti ai nostri occhi scorrono un’infinità di notizie. Alcune non possono essere ridotte a semplice cronaca: non perché contino i dettagli, ma perché il loro contenuto, nella loro tragicità, ci obbligano a riflettere sulla fragilità della società in cui viviamo, una società che sembra aver smarrito i valori fondamentali. Quando infatti, la violenza coinvolge adolescenti , vittime e carnefici allo stesso tempo non è solo una storia di dolore privato: è un grido che ci costringe a fermarci.

Le domande allora diventano inevitabili: stiamo lasciando troppa libertà ai figli senza essere davvero presenti? Come adulti, cosa stiamo trasmettendo? Quali insegnamenti? È davvero possibile non accorgersi dei segnali che i ragazzi inviano? Se la società svolge un ruolo importante nella formazione dei piccoli individui, la famiglia in primis e la scuola poi dovrebbero essere le basi di un processo di crescita. Ma è davvero così?

Tempo e spazio

Negli ultimi decenni il nostro mondo si è trasformato radicalmente. Tempo e spazio, che un tempo si intrecciavano nella vita quotidiana, oggi sembrano incontrarsi di rado. Viviamo in un’era in cui la lotta contro il tempo comincia appena apriamo gli occhi al mattino: lavoro, traffico, bilanci da far quadrare, figli da accompagnare, genitori da accudire e spesso persino “lavoretti extra” per arrotondare. In questo vortice, il tempo per i figli diventa sempre più scarso. E in quel poco che resta, spesso bambini e genitori crescono senza conoscersi davvero. Anche lo spazio si è ristretto, e non è una teoria di fisica! I luoghi di convivialità, un tempo fulcro della famiglia, oggi sono spesso vuoti. Ci si ritrova, quando ci si ritrova, a tavola, non per nutrire i rapporti ma solo per saziare il corpo.

Un vuoto educativo che pesa

Viviamo in un tempo che esalta l’apparenza e la prestazione. Sin da piccoli, molti bambini crescono sotto il peso delle aspettative dei genitori: il messaggio che passa, spesso implicito, è “devi essere come ti voglio io”. A questo si aggiunge il carico della società, dove l’apparire conta più dell’essere. Così i ragazzi imparano presto a correre, a mostrarsi, a confrontarsi con modelli irraggiungibili, ma non ad affrontare frustrazioni e limiti. Nel frattempo, nessuno sembra accorgersi del loro vero potenziale. È qui che nasce il vuoto educativo: si cresce senza confini, senza radici emotive, incapaci di sviluppare empatia.

Il corpo ridotto a merce

È ormai sotto gli occhi di tutti: la nostra epoca è segnata da una cultura dell’immagine in cui il corpo, che un tempo si rivendicava come mezzo di espressione e di libertà da una società patriarcale, oggi è stato trasformato in un oggetto di consumo. Pubblicità, social e modelli iper-sessualizzati insegnano che il valore si misura nello sguardo degli altri. Bambine piccolissime vestite come adulte, ridotte a “bambole” da mostrare e persino monetizzare – basta guardare le tante, troppe, mini-influencer.

Ragazzine che parlano di skin-care, ma che se interpellate non sanno nemmeno quante sono le regioni italiane. Ed è paradossale: a cosa serve la geografia o la storia, se l’unica cosa che “conta” è avere un corpo da esibire?

Così il corpo, da simbolo di emancipazione, diventa una nuova prigione. Non è più “casa di sé”, ma un mezzo da usare, da mercificare, persino da violare. Con una conseguenza devastante: chi non si riconosce in quei modelli, cresce con la sensazione di non valere nulla.

Ma la responsabilità non è solo dei ragazzi. Sono spesso gli adulti a incoraggiare o sfruttare questa dinamica: genitori che espongono i figli sui social come trofei, aziende che lucrano sull’ingenuità dei giovanissimi, piattaforme che premiano solo ciò che cattura l’occhio. È un sistema che trasforma il corpo in moneta di scambio, e tutti, consapevolmente o meno, ne diventiamo complici.

Il peso di non sentirsi mai abbastanza

Se da una parte ci sono i ragazzi che inseguono modelli di perfezione irraggiungibili, dall’altra ci sono quelli che restano indietro, che non si riconoscono in quei canoni e finiscono per sentirsi invisibili.
Sono i ragazzi che si convincono di non valere nulla perché non hanno il corpo giusto, i vestiti giusti, la vita da mostrare. In loro cresce una frattura profonda: il bisogno di essere accettati contrasta con la consapevolezza di non poter mai raggiungere quel modello.

Da qui nascono drammi silenziosi: ansia, depressione, autolesionismo, ritiro sociale. Ferite invisibili che spesso esplodono quando è ormai troppo tardi, perché il grido era nascosto dietro uno sguardo spento, un calo delle prestazioni scolastiche o comportamenti di rottura.

E qui torna la nostra responsabilità: quei segnali ci sono, come ad esempio cambiamenti nel sonno, nell’appetito, nell’umore, isolamento, calo dell’interesse per le attività che prima erano amate, ma spesso li leggiamo male o non li leggiamo affatto. A volte li scambiamo per “atteggiamenti tipici dell’età”, altre volte per cattiva volontà. Invece sono appelli d’aiuto. Rispondere significa non solo intervenire quando il danno è fatto, ma costruire relazioni di attenzione quotidiana che rendano possibile la cura prima della frattura.

Analfabetismo emotivo

Molti adolescenti non sanno nominare le proprie emozioni, e spesso non le conoscono affatto. Conoscere le emozioni significa saper riconoscere le proprie, significa poter dire “ho paura” o “sono triste”. Diversamente, come possono gestire quel movimento tumultuoso che si manifesta in loro di fronte ai fatti della vita?

Fonte: Corriere della Sera

Se la famiglia e la scuola non offrono parole e spazi di ascolto, quel mondo interiore resta inespresso. E ciò che non trova parola, finisce per esplodere: in comportamenti estremi, in violenza verbale, in atti di aggressività o, al contrario, in un silenzio che diventa isolamento. L’analfabetismo emotivo non è un limite secondario: è la radice di molte fragilità contemporanee. Perché senza il linguaggio delle emozioni, non c’è possibilità di relazione autentica, né con sé stessi né con gli altri.

Il digitale come terzo genitore

Se dovessimo rappresentare gli individui “moderni” dovremmo rappresentarli con una sorta di appendice rettangolare tra le mani, costantemente connessa ai social: TikTok, Instagram, WhatsApp e per i cosiddetti boomer, Facebook. Per i ragazzi la rete, nelle sue infinite forme, paradossalmente educa più dei genitori e della scuola.

E se un tempo la televisione aveva assunto il ruolo di “terzo genitore”, oggi quel posto è stato preso proprio dalla rete. È lì infatti che i ragazzi trascorrono gran parte del tempo ed è da lì che ricevono i messaggi più forti. La totale mancanza di controllo – in un mondo che molti genitori non comprendono affatto – fa sì che sia proprio la rete a diventare il loro vero educatore. Ma a cosa educa davvero? Alla popolarità, allo sballo, alla competizione costante, alla cultura dell’immagine e dell’ipersessualità. Ed è in questo spazio virtuale che i ragazzi imparano a misurare il loro valore. E le conseguenze, troppo spesso, diventano devastanti.

L’intelligenza artificiale: strumento o abisso?

Accanto ai social, un nuovo attore è entrato prepotentemente nella vita dei ragazzi: l’intelligenza artificiale. Per molti è un rifugio rapido, uno strumento di copia-incolla per i compiti, un modo per evitare lo sforzo e la creatività. Senza una guida consapevole, però, questo strumento potentissimo rischia di trasformarsi in un pericolo. L’IA può aprire mondi, stimolare il pensiero, offrire nuove possibilità; ma può anche illudere, isolare, perfino distruggere chi vi si affida ciecamente. Lo dimostrano i casi tragici di adolescenti che, incapaci di distinguere tra reale e virtuale, si sono lasciati trascinare fino al suicidio.


Fonte: Repubblica

Non è la tecnologia in sé il problema, ma il vuoto educativo che circonda il suo utilizzo. L’IA può essere un alleato straordinario, ma senza adulti capaci di insegnarne i limiti e le potenzialità diventa solo un altro “genitore” cieco: presente, ma senza cura.


Rivoluzione o rumore? Quando la fragilità prende il posto del pensiero

Ogni generazione è sempre stata segnata da una distanza tra genitori e figli. La ribellione, il bisogno di stare al passo con i tempi che la “vecchia generazione” non accettava, è un processo naturale. In questo senso, ieri come oggi il meccanismo sembra identico. Ma la differenza tra ieri e oggi è abissale: radici e valori.

Sono questi due elementi a costruire un individuo sano. E quando l’individuo è sano, anche la sua rivoluzione ha senso: non nasce dal vuoto o dalla rabbia cieca, ma dalla volontà di cambiare le cose nel nome dei diritti, della giustizia, della libertà.

Pensiamo alle lotte del ’68, alle manifestazioni per i diritti civili, al coraggio di chi metteva in discussione un sistema per costruirne uno più equo. Oggi, troppo spesso, la ribellione non ha più una direzione: è un’esplosione confusa che nasce da un’identità fragile, da un senso di inadeguatezza che non trova parole.

Il silenzio che imprigiona

La società che abbiamo costruito, per molte delle ragioni già elencate, non ha prodotto solo ribellione, ma una frattura profonda: la distanza tra due mondi che spesso non si conoscono affatto, quello degli adulti e quello dei ragazzi.
E quando emergono casi di cronaca come quello avvenuto negli ultimi giorni, la domanda sorge spontanea: possibile che le vittime restino in silenzio? Purtroppo sì. Le vittime tacciono per paura, per vergogna, per senso di colpa. A volte temono di non essere credute, altre volte si convincono di meritare ciò che subiscono.


Così, il silenzio diventa una gabbia invisibile che soffoca ogni possibilità di riscatto. E intorno, troppo spesso, c’è una comunità che guarda e tace. Una società che preferisce voltarsi dall’altra parte, piuttosto che ascoltare il dolore.

La responsabilità della comunità

In tutto questo, ognuno di noi, all’interno della società, svolge un ruolo significativo. Un tempo si diceva: “ci vuole un villaggio per crescere un bambino”. Non era solo un proverbio: era un modo di vivere. La comunità tutta si sentiva custode dei più piccoli, vigile sui comportamenti, pronta a sostenere i genitori e a proteggere i figli. Oggi, invece, prevale l’indifferenza. Ci si chiude nelle proprie case, si abbassa lo sguardo, si preferisce “non immischiarsi”. Ma crescere una nuova generazione non è compito esclusivo della famiglia: è una responsabilità collettiva.

Perché un bambino che cresce isolato non è solo “un problema dei suoi genitori”: diventerà un adulto fragile, che influenzerà l’intera società. Allo stesso modo, un ragazzo sostenuto da una rete di adulti attenti, insegnanti, vicini, allenatori, parenti, amici, ha molte più possibilità di sviluppare resilienza e fiducia. Recuperare il senso di comunità significa tornare a sentirci parte di un tessuto sociale vivo, dove l’educazione non è delegata ma condivisa. Ognuno di noi ha un ruolo: genitori, insegnanti, educatori, cittadini. La comunità tutta deve tornare ad essere rete, villaggio, custodia. Perché crescere un figlio non è mai compito di una sola famiglia, ma di un tessuto sociale che lo accompagna e lo sostiene. Solo così potremo spezzare il muro dell’indifferenza e ridare ai ragazzi la certezza di non essere soli.

Il ruolo della politica

Di fronte a episodi del genere, la politica spesso si affretta a dare spiegazioni immediate. C’è chi ha parlato di “colpa del patriarcato”. Certo, viviamo ancora in una società segnata da retaggi maschilisti, ma fermarsi qui significa guardare solo una parte del problema. La violenza che nasce tra adolescenti è anche figlia, come abbiamo visto, di un analfabetismo emotivo diffuso, di una cultura digitale che banalizza i corpi e le relazioni, di un vuoto educativo che riguarda tutti.

E in questo vuoto la politica ha precise responsabilità. Da anni assistiamo a una progressiva disattenzione verso l’infanzia e l’adolescenza: mancano spazi sicuri di aggregazione, programmi di educazione affettiva, sostegno concreto alle famiglie e percorsi di prevenzione del disagio giovanile. È come se i ragazzi fossero diventati invisibili nelle agende istituzionali, salvo riapparire solo quando accade una tragedia.

Eppure, puntualmente, dopo ogni fatto di cronaca, arrivano dichiarazioni, promesse, slogan: “faremo, diremo, interverremo”. Una retorica che resta propaganda, perché di concreto non arriva quasi nulla. E intanto le nuove generazioni crescono in un vuoto che nessuno sembra avere il coraggio di colmare davvero.

Attribuire tutto al patriarcato rischia così di diventare un alibi comodo: uno slogan che semplifica, senza offrire soluzioni concrete. La verità è che ci troviamo davanti a un fallimento collettivo, politico, culturale ed educativo, che intreccia fattori diversi ma che chiede una risposta seria, strutturale e condivisa.

Ogni atto di violenza verso un bambino non è mai solo una ferita privata: è una ferita che lacera l’intera società. Non possiamo limitarci a indignarci per un giorno e poi voltare pagina, come se nulla fosse. La politica non può quindi continuare a limitarsi a slogan e promesse. “Faremo, diremo, interverremo” non bastano più: servono azioni concrete, spazi reali per i giovani, programmi di educazione emotiva, sostegno alle famiglie, prevenzione del disagio. I ragazzi non possono essere ricordati solo quando diventano protagonisti di una tragedia: devono tornare al centro delle scelte e delle priorità. La domanda, dunque, non è più “perché accade tutto questo?, ma: quale responsabilità siamo disposti ad assumerci, come individui, come comunità e come istituzioni, per non lasciare soli i nostri figli?

Solo se avremo il coraggio di rispondere a questa domanda, un fatto doloroso potrà trasformarsi in occasione di risveglio.

Rossella Tirimacco

Professionista nella Relazione d’aiuto , Trainer esperta in Comunicazione e processi RelazionaliOperatrice linguaggio del Colore e di Feng Shui

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