“L’Incidente” della Flottilla: Quando il diritto affonda nel mare del silenzio
L’abbordaggio, in acque internazionali, delle navi della Flottilla della Speranza non può essere considerato una semplice “operazione di sicurezza”.
È un atto che scuote le fondamenta del diritto internazionale e mette in discussione il principio più elementare della navigazione libera: quello che separa la difesa legittima dall’abuso di potere.
Israele giustifica l’intervento parlando di blocco navale e di sicurezza nazionale, ma in realtà ha colpito una missione umanitaria, disarmata, composta da civili e attivisti.
La comunità internazionale, ancora una volta, ha reagito con parole deboli, condanne di facciata e poi, come sempre, silenzio.
Un silenzio che non è neutralità, ma codardia diplomatica, la più grave forma di complicità.
Quando i governi preferiscono l’equilibrio politico alla verità, i diritti umani diventano una variabile negoziabile.
Diplomazia o teatro?
Si parla adesso di “piani di pace”, di “mediazioni storiche”, di “cessate il fuoco condizionati”.
Ma la verità è che gran parte di questi negoziati servono solo a congelare l’indignazione, non a risolvere le cause.
Il cosiddetto piano di pace di Trump ne è un esempio: prevede pause temporanee, scambi di ostaggi e nuove promesse, ma non affronta la questione centrale: la libertà e la dignità del popolo palestinese.
Sulla carta, la proposta contempla un cessate il fuoco temporaneo, lo scambio di ostaggi e la creazione di una struttura di governo transitoria per Gaza, sotto supervisione internazionale.
E così la diplomazia si trasforma in recita, dove ognuno interpreta il proprio ruolo per qualche punto di consenso, mentre sullo sfondo i civili continuano a morire.
In questa fase, la ricostruzione è presentata come il cuore del piano: infrastrutture, energia, sanità, sviluppo economico.
Tutto bellissimo, se non fosse che la ricostruzione è anche il terreno su cui si muovono gli appetiti economici più forti.
Dietro le parole “aiuti” e “rinascita” si celano già progetti di investimento, zone economiche speciali e piani di sviluppo che rischiano di trasformare Gaza in un laboratorio economico occidentale, più che in una casa per chi vi abita.
A rendere il quadro ancora più controverso è il nome che compare tra i possibili “garanti” del piano: Tony Blair.
Secondo diverse fonti internazionali, l’ex primo ministro britannico — già figura chiave nei processi diplomatici post-Iraq — potrebbe assumere un ruolo di coordinamento nel cosiddetto Board of Peace, un organismo misto che gestirebbe la transizione.
Una scelta che suona come una beffa della storia: Blair, simbolo di quella politica estera che ha destabilizzato il Medio Oriente, oggi chiamato a “ricostruirlo”.
Se confermato, il suo coinvolgimento darebbe al piano un’apparente legittimità internazionale, ma ne rivela anche la vera natura: una ricostruzione guidata da potenze esterne, non dal popolo palestinese.
Una “pace” pianificata a tavolino, dove la voce dei civili rischia di restare l’ultima ad essere ascoltata.
Perché sì, si parla di mattoni e appalti, ma non di sovranità.
Si discute di sicurezza e di fondi, ma non di diritto alla libertà.
E quando la pace diventa un affare, la giustizia smette di essere una priorità.
La guerra come investimento
È ingenuo pensare che questa guerra sia solo politica o religiosa.
È anche, e soprattutto, economica.
Dietro il linguaggio della sicurezza si nasconde la corsa alle risorse: gas offshore, controllo dell’acqua, terre, rotte commerciali, appalti miliardari per la ricostruzione di Gaza.
Ogni bomba lanciata oggi è una commessa futura, ogni rovina un cantiere promesso.
Il conflitto diventa così una macchina che si autoalimenta, dove il dolore genera profitto e la paura diventa moneta di scambio.
E in questa logica perversa, anche l’esistenza di un nemico come Hamas — utile, assoluto, radicale — serve a mantenere il copione in vita: un nemico da combattere, una guerra da giustificare, un’economia da nutrire.
Il mare come specchio
Ci piace pensare che il mare unisca i popoli.
Ma oggi quel mare divide: da una parte chi porta aiuti, dall’altra chi spara per fermarli.
E in mezzo, la coscienza di un mondo che guarda e non agisce.
Finché la giustizia sarà negoziata come una clausola accessoria, nessun piano di pace potrà essere credibile.
Perché la pace non si firma: si costruisce.
E si costruisce solo quando qualcuno trova il coraggio di dire no alla menzogna e sì all’umanità.
Luca Martelli
