Non amo scrivere di pancia, né rendere pubblico tutto ciò che davvero penso. A volte il silenzio è salvifico, soprattutto in un mondo che sembra impazzito. Ma il silenzio è anche un’arma a doppio taglio: può proteggerci, ma può anche renderci complici degli orrori a cui assistiamo. Orrore che scegliamo di ignorare, giustificando o semplicemente girando lo sguardo dall’altra parte.
In questi giorni ho letto e ascoltato di tutto, con grande disappunto del mio stomaco e dei miei sensi, che rifiutavano il cumulo di oscenità a cui li sottoponevo. Oggi, però, sento la necessità di lasciar andare ciò che penso, senza l’uso di un linguaggio “diplomatico”, accomodante o “politicamente corretto”.
Non è iniziata il 7 ottobre
Il mio malessere riguarda, ovviamente, Gaza. Riguarda i migliaia di morti, o forse dovremmo dire milioni, se solo pensiamo che quella che molti chiamano “guerra” non è iniziata il 7 ottobre. Basta aprire un libro di storia per capire che quella terra è ferita da oltre settant’anni. Una ferita mai rimarginata, che il mondo osserva distratto mentre continua a sanguinare.
Etichette e colpe comode
Non entro nel merito storico: non è questo il punto. Ormai ne ho abbastanza di riportare dati e analisi, e credo che non ci sia peggior sordo di chi non vuol sentire o capire.
La mia posizione in questa “vergogna umana” è stata abbastanza chiara. Del resto, come si può essere di parte quando vedi bambini sterminati, villaggi distrutti, macerie su macerie e un popolo che muore letteralmente di fame? Come si fa a seguire un’ideologia politica o il proprio partito di riferimento quando vedi che questo disillude tutti i valori e principi universali che ci rendono umani?
Per la mia posizione sono stata definita pro-Pal. Esattamente come durante il Covid c’era la caccia ai No-vax, la storia si ripete. Quando non ci sono argomenti a supporto della propria “fede” — perché ci vuole in effetti fede a seguire le oscenità della politica e farle passare per “giuste” — allora si inizia a dare delle etichette a colui o colei che in quel momento viene dipinto come un nemico. E oggi i nemici sono i cosiddetti pro-Pal. Un’etichetta e via! Dietro quell’etichetta racchiudiamo e interpretiamo un mondo sbagliato e quasi sempre violento. Per questo ecco che persone come me che vedono la pace come un principio imprescindibile della propria esistenza, si ritrovano vengono additati come “violenti”!
Equiparare un popolo a un gruppo armato
Ed è esattamente la stessa logica con cui si equipara l’intero popolo palestinese ad Hamas. Un’operazione manipolativa che non mette più a fuoco il problema, ma lo traveste con altri panni. Eppure basterebbe pensare alla nostra mafia o camorra e ad esempio, davanti ai loro atti di violenza, qualcuno decidesse che “gli italiani sono tutti mafiosi” e, in nome della difesa, autorizzasse il bombardamento della Campania, della Sicilia, o dell’intera Italia meridionale. Questa è una cortina di fumo che cancella volti, nomi, famiglie; una giustificazione per uccidere civili in massa e chiamarla “misura necessaria”.
Una farsa chiamata pace
Il punto è come si possa ancora gioire o giustificare una farsa costruita a tavolino dall’élite dominante, con in testa Donald Trump e il sionista Netanyahu, che continua a chiamare “difesa” uno sterminio. E come non citare la “donna madre e cristiana”, così pronta a parlare di valori, ma incapace di prendere posizione di fronte a un massacro trasmesso in diretta mondiale?
La pace imposta dall’alto
E ora che qualcuno proclama “la pace è fatta”, dovremmo forse tirare un sospiro di sollievo? Dovremmo applaudire la ricostruzione, dimenticando chi non c’è più e soprattutto sapendo che non è ancora finita? Ma quanti trattati di pace Israele ha disertato? Quante tregue finte, quanti accordi firmati solo per guadagnare tempo e poi riprendere a bombardare?
E infatti chi ha deciso la pace? Forse il popolo che ne ha subito e tuttora ne subisce le conseguenze? Certo che no.
Le tregue e gli accordi cruciali per lo scambio di ostaggi e prigionieri sono stati infatti negoziati tra Israele e Hamas, mediati da potenze esterne, come Stati Uniti, Egitto e Qatar mentre l’Autorità Nazionale Palestinese l’ ANP, ovvero il governo palestinese riconosciuto a livello internazionale, è stata deliberatamente escluso dal tavolo negoziale che decideva sulla sua stessa terra. Un accordo, celebrato come un trionfo, è stato in realtà un atto di totale disconoscimento politico e un messaggio chiaro: la pace viene imposta sul popolo, non costruita con esso.
Il protettorato mascherato
Ma il cinismo non si ferma qui. Dopo l’accordo, il cosiddetto “piano di pace” internazionale si parla, tra indiscrezioni e proposte non ufficiali, di un comitato tecnico per Gaza controllato da potenze occidentali, con la supervisione politica di figure come Tony Blair o Donald Trump. Una prospettiva che, se confermata, equivarrebbe a una dichiarazione di protettorato coloniale mascherato. Si decide la gestione economica delle macerie, il futuro politico e la collocazione di un popolo, il tutto escludendo i suoi rappresentanti legittimi.
Il cessate il fuoco che non c’è
E la prova più brutale di questa farsa? Nonostante le dichiarazioni trionfali di “pace fatta” e la firma degli accordi, i bombardamenti e gli attacchi continuano. Mentre il mondo parla di “cessate il fuoco”, si registrano costantemente nuove vittime civili. La tregua, di fatto, è appesa a un filo e viene violata da ambo le parti, seminando panico e impedendo agli sfollati di tornare in sicurezza. La pace non è stata raggiunta, ma solo un intervallo temporaneo con cui ripulire le coscienze, manipolare l’opinione pubblica e, come sempre, ricaricare le armi.
Le armi usate bene
Infatti per capire le logiche di pace di questi soggetti, basterebbe guardare alcuni video che circolano ovunque in rete, dove c’è lui, Trump che con il solito tono compiaciuto si vanta di aver fornito armi a Israele, armi che, parole sue, «Israele ha usato molto bene», fino ad arrivare «alla pace».
Le hanno usate bene. Ma come si può parlare di pace lodando la buona riuscita delle armi?
Da quando la pace si misura in base all’efficienza di un missile o alla potenza di fuoco?
Quelle parole sono l’emblema di un pensiero malato: la convinzione che la guerra possa essere moralmente accettabile, purché vinca “la parte giusta”. Ma in ogni guerra non esiste una parte giusta: esistono solo vittime e carnefici, e spesso coincidono.
Deliri e propaganda
In questi giorni ho sentito di tutto. Assurdità e deliri di onnipotenza hanno superato il limite della decenza, che sarebbero inaccettabili anche in un manicomio.
Ho sentito parlare di Nobel per la pace da assegnare sempre allo stesso Trump che, inutile ricordare rappresenta quel mondo che ha armato fino ai denti Israele e ha atteso di “testare effettivamente le armi usate” prima di intervenire.
Ho sentito giustificare “il diritto a difendersi”, come se l’aggressore potesse rivestirsi da vittima e sterminare civili nel nome dell’autodifesa.
Ho sentito dire che manifestare non serve, che la Flottiglia della Pace è stata solo scena, che “quelli lì” erano in vacanza. Ma allora, mi chiedo, se bastava rivolgersi al governo per far passare gli aiuti, perché fino a ieri nessuno li ha fatti arrivare? Perché c’è ancora gente che muore di fame? Forse perché la fame non fa notizia, ma i consensi dei governi sì?
Ho visto lodare il nostro governo. Di cosa, non si sa. Ho visto pubblicare sondaggi, non conteggi di vittime. Quanta stupidità. Quanta ignoranza travestita da competenza. Quanta ipocrisia travestita da fede, da politica, da informazione!
Le parole che uccidono
Ciò che più mi sconvolge non sono solo le bombe, ma le parole. Il linguaggio è diventato un’arma di distrazione di massa, più potente dei missili che cadono su Gaza. Si chiama “difesa” l’attacco. Si chiama “pace” la resa forzata. Si chiama “ricostruzione” la gestione economica delle macerie. È così che si manipola la percezione del mondo: cambiando i nomi, spostando le colpe, riscrivendo la realtà in diretta.
Quando anche il silenzio è arma
Quando un intero popolo viene privato di tutto, della terra, dell’acqua, dell’aria, perfino della narrazione, non resta che il silenzio. Eppure, anche quel silenzio viene strumentalizzato: diventa la prova che “la situazione è sotto controllo”, che “la pace è stata raggiunta”. Ma la pace non è l’assenza di rumore.
La pace è giustizia, dignità, riconoscimento reciproco. E finché ci sarà chi misura la pace in termini di convenienza politica o vantaggio economico, non ci sarà pace, ma solo tregue temporanee, utili a ripulire le coscienze e ricaricare le armi.
Restare umani
Forse la pace non arriverà domani, né dopodomani. Ma arriverà il momento in cui l’umanità dovrà guardarsi allo specchio e riconoscere il sangue che ha lasciato colare dalle proprie mani. In quel momento, non conteranno più le bandiere né le giustificazioni. Conterà solo se abbiamo difeso la vita o l’abbiamo tradita.
Io, oggi, scelgo di restare umana.
Rossella Tirimacco
