Dalla soglia del sopportabile alla rivoluzione della consapevolezza

Per il bene la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità. Contro il male è possibile protestare, ci si può compromettere, in caso di necessità è possibile opporsi con la forza; il male porta sempre con sé il germe dell’autodissoluzione, perché dietro di sé nell’uomo lascia almeno un senso di malessere. Ma contro la stupidità non abbiamo difese.

Dietrich Bonhoeffer

L’ottusità al potere: il volto tossico della politica contemporanea

Il livello di ottusità, irresponsabilità e, in alcuni casi, di vera e propria criminalità della politica contemporanea ha raggiunto una soglia difficilmente sopportabile. Continuare a giustificare il nonsenso delle esternazioni, delle scelte arbitrarie e delle narrazioni tossiche che ci vengono quotidianamente propinate non può reggere ancora a lungo.

La stupidità, infatti, non è innocua. È contagiosa. E soprattutto si diffonde come un virus, anche– e soprattutto – laddove non ce lo aspetteremmo.

Stupidità che si manifesta nella molteplicità di atti sconsiderati, ma anche nel nostro modo di interpretare il mondo, come ad esempio, l’aver normalizzato la “guerra” non più considerata un’estrema ratio, ma uno strumento ordinario di gestione dei conflitti.

Si finanzia, si arma, si alimenta, riducendo la diplomazia a mera cornice retorica, mentre le armi diventano l’unico linguaggio riconosciuto come “realistico”.

L’Europa al bivio: il suicidio dell’autonomia strategica

La guerra in Ucraina è l’esempio più chiaro di questa deriva. Un conflitto che avrebbe richiesto fin dall’inizio una strategia politica europea autonoma, una capacità di mediazione forte, una visione di lungo periodo capace di tenere insieme sicurezza, diplomazia e futuro del continente. Ma nulla di tutto questo è avvenuto. L’Unione Europea ha infatti scelto la strada più semplice e più pericolosa:
l’allineamento automatico, il finanziamento continuo, la delega totale della propria politica estera.

Ma ha delegato chi? Ed è qui che il ruolo della NATO diventa evidente: l’Europa ha rinunciato a costruire una propria autonomia strategica, affidando di fatto la gestione del conflitto a un’alleanza militare guidata da interessi extraeuropei, replicando dinamiche già viste in passato.

Ogni giorno ti ritrovi a leggere sui giornali di “miliardi” stanziati per il sostegno all’Ucraina, a fronte di gravi carenze sociali, sanitarie, scolastiche e lavorative nel mondo reale. Si inviano armi come se non avessero conseguenze, e per finire si rinvia ogni ipotesi di negoziato come se la guerra potesse esaurirsi da sola.

Ma una guerra che non si vuole chiudere diventa strutturale.
E una guerra strutturale, per l’Europa, è una condanna.

Mentre si proclama unità, il continente si indebolisce sotto tutti i punti di vista : economicamente, socialmente, politicamente, mentre la distanza tra decisioni prese a Bruxelles e vita reale delle persone diventa ogni giorno più profonda.

Un’Europa che rinuncia al proprio ruolo di mediatrice, che accetta di essere campo di battaglia indiretta, che sacrifica la propria stabilità senza costruire una prospettiva di pace, non sta difendendo i valori su cui dice di fondarsi. Sta semplicemente scivolando verso la propria autodistruzione, mascherandola da responsabilità morale.

E ancora una volta, le decisioni vengono prese da chi non pagherà il prezzo.
Il conto, come sempre, verrà presentato ai cittadini.

Un’immagine che vale più di mille parole

Il Risiko dei leader: il ritorno del linguaggio coloniale

Allargando il campo assistiamo poi a decisioni arbitrarie prese da leader che giocano a Risiko con il mondo reale: in particolare Donald Trump, che dopo aver ordinato un’operazione militare contro il Venezuela, con attacchi e la cattura del presidente Nicolás Maduro, in un intervento che ha scatenato critiche internazionali per la violazione della sovranità di uno Stato. E visto che nessuno ha ostacolato un attacco del tutto arbitrario, oggi può permettersi di parlare apertamente di “prendersi” anche altri territori sovrani come la Groenlandia evocando minacce esterne – Cina, Russia – come giustificazione preventiva a nuove prepotenze.
Un linguaggio coloniale che credevamo sepolto, riesumato con leggerezza inquietante.

Gaza e l’ipocrisia internazionale: tra macerie e silenzi selettivi

Intanto la Striscia di Gaza continua a essere rasa al suolo in nome di una miscela tossica di ideologia politica e fanatismo religioso, mentre la comunità internazionale oscilla tra imbarazzo, silenzi selettivi e dichiarazioni senza conseguenze.
L’Iran viene colpito da Israele, in un’escalation che nessuno sembra davvero voler fermare, ma che tutti fingono di non voler allargare.

Il nuovo asse e l’azzardo nucleare

E mentre l’Europa si attarda in vecchi schemi, intanto il resto del mondo si riorganizza. L’asse tra la Russia di Putin e la Cina non è più solo una possibilità diplomatica, ma una realtà di ferro che trascina con sé i Paesi non allineati, stanchi di un Occidente che detta regole che per primo non rispetta. È un gioco pericolosissimo: la nuova dottrina del Cremlino parla chiaro, evocando lo spettro delle armi nucleari non più come ultimo tabù, ma come risposta possibile a attacchi esterni. Invece di una diplomazia lucida che cerchi di disinnescare la miccia, assistiamo all’ottusità di chi preferisce il rischio dell’annientamento globale alla fatica del compromesso. È la “stupidità al potere” che gioca a dadi con la sopravvivenza stessa dell’umanità.

L’Italia dei silenzi: tra subalternità e propaganda

E l’Italia?
Guidata da Giorgia Meloni, resta in una posizione subalterna, incapace di un gesto autonomo, di una presa di posizione che restituisca dignità e spessore a un Paese che un tempo aveva una voce nel mondo.
Nessuna leadership ma bieco allineamento.
Nessuna visione ma semplice
obbedienza.

Su questo scenario si innesta poi un problema ancora più profondo: l’assenza di fatti concreti che portino benessere al Paese e alla società, vengono trasformati dal governo in narrazione propagandistica. Un racconto costruito su slogan, semplificazioni e continue forzature della realtà, in cui la comunicazione prende il posto del governo e l’immagine sostituisce i contenuti. Un meccanismo che tende a concentrare l’attenzione sulla figura del leader, svuotando i fatti e riducendo gli argomenti a consenso emotivo. Dinamiche che la storia conosce bene e che dovrebbero allarmare chiunque abbia a cuore la salute democratica di un Paese.

Dalla “Casa del bosco” a Garlasco: lo Stato della narrazione

Sul piano interno, nella vita di tutti i giorni il quadro non migliora.
Bambini strappati alle famiglie, come nel caso della “Casa del bosco” in nome di astratte “tutele”, mentre si ignora il danno irreversibile che certe decisioni producono.
Vicende giudiziarie come Garlasco, che dopo diciassette anni continuano a macinare audience e titoli, mentre un uomo, forse innocente, continua a marcire in carcere, dimenticato da uno Stato più interessato alla narrazione che alla verità.

E di certo questi non sono episodi isolati, né semplici distorsioni del sistema.
Sono il riflesso diretto di un potere che ha smesso di interrogarsi sulle conseguenze delle proprie decisioni, sostituendo la complessità con automatismi, slogan e procedure disumanizzate.

Insomma, il livello di ottusità, irresponsabilità e, in alcuni casi – vera e propria criminalità della classe dirigente ha superato da tempo la soglia del sopportabile.
E il problema è che la stupidità, a differenza del male, non si autodistrugge.
Si replica.
Si diffonde.
Diventa sistema.

Il sistema siamo noi: accendere la fiamma del cambiamento

Per questo non credo più nella semplice “resistenza”.
La resistenza, quando è solo reazione, logora e perde.

Credo invece nella trasformazione.

Trasformare il nostro modo di pensare.
Trasformare lo sguardo con cui leggiamo il mondo.
Trasformare il rapporto con l’informazione, smettendo di confondere il rumore con la verità.
Trasformare le vecchie ideologie di partito, riconoscendo che siamo governati da persone spesso incapaci, talvolta corrotte, quasi sempre scollegate dalla realtà.

Trasformare l’idea distorta del “Sistema”, comprendendo finalmente che il sistema siamo noi.
E che, proprio per questo, possiamo cambiarlo.

Trasformare la paura in coraggio.
La rabbia in osservazione lucida.
Le reazioni in azioni consapevoli.

Trasformare, trasformare, trasformare.

Non serve una bacchetta magica.
La soluzione non arriverà dall’alto.
Risiede dentro di noi.

Basta accendere quella fiamma chiamata passione.
Smuove le montagne.
Davvero.

Rossella Tirimacco

Professionista nella Relazione d’Aiuto, Trainer esperta in Comunicazione e Processi Relazionali

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Alessandro Orsini “Casa Bianca-Italia. La corruzione dell’informazione di uno Stato satellite”