“Hai mai vissuto una giornata in spiaggia che ti ha fatto rimpiangere di non essere rimasto a casa? Ecco la mia esperienza tragicomica tra ombrelloni, sabbia rovente e famiglie chiassose. Spoiler: un vero inferno estivo!”
Amo il mare.
Amo incredibilmente il mare, ma c’è mare e mare, e ancor di più c’è spiaggia e spiaggia…
Già, si può parlare di mare senza tirare in ballo le spiagge? Ecco alcuni esempi di spiagge che non amo:
Non amo le spiagge affollate, quelle con minimo sette file di ombrelloni, che sanno tanto di costa romagnola, dintorni e simili.
Non amo le spiagge dove, in una bollente domenica estiva, sei in penultima fila e per raggiungere il mare devi affrontare una sorta di prova dei carboni ardenti. Il mare è lì, a trenta metri, ma a te sembrano trenta chilometri. Ti senti come un tuareg nel deserto, con la differenza che a te manca il cammello, e non hai nemmeno lontanamente la resistenza e la forza di un tuareg. Alla fine, hai due opzioni per raggiungere il mare, che ti appare sempre più come un miraggio: o indossi le tue ciabattine infradito, e ti becchi gli accidenti dei vicini di ombrellone per la sabbia che sollevi durante il cammino, o ti lanci in un’impresa memorabile: il salto del canguro da un’ombra all’altra delle file di ombrelloni. Ovviamente, è necessario un minimo di allenamento nel salto in lungo e una capacità di “volare e atterrare” da fare invidia al campione olimpico Miltiadis Tentoglou.
Non amo le spiagge dei racchettoni, dei palloni e del beach volley, quelle delle urla e delle mamme sciagurate che, alle due del pomeriggio, con un sole che ha raggiunto i 40° all’ombra, portano bambini piccolissimi a fare il “bagnetto” in acqua. Se i vostri bambini potessero parlare, vi denuncerebbero al Telefono Azzurro!
Non amo le spiagge dove fare una nuotata è un’utopia, e a meno che tu non ti allontani con il rischio di arrivare alle Tremiti, ti ritrovi a camminare in mare tra migliaia di bagnanti, come se fossi in un centro commerciale.
Non amo le spiagge dove un vero e proprio esercito di bambini instancabili, con secchielli e palette, scavano crateri vulcanici proprio accanto a te. Si sa, sono bambini e occorre tenerli impegnati ed è giusto che giochino, ma all’ennesima “palettata di sabbia” finita sui tuoi occhi, ad un certo punto inizi a chiederti se quello che sta eruttando è il vulcano di sabbia o la tua pazienza.
Non amo le spiagge dei mille e uno divertimenti a carico di giovani studenti universitari nel ruolo di “animatori”. Diciamoci la verità: provo una commozione mista a pena nel vederli mentre cercano di animare una spiaggia già fin troppo animata, con il ballo del qua qua e il gioco del fazzoletto!
Non amo le spiagge dove, dopo una settimana di stress derivante da chiacchiere di ogni tipo, ti ritrovi, tuo malgrado, a conoscere persino la lista della spesa e i rimproveri fatti al piccolo Andrea per non aver salutato la zia Marta. Ovviamente, il “piccolo Andrea” ha trent’anni e la barba!
Non amo le spiagge dove il tuo ombrellone confina con l’immancabile gruppo di amici che, tra selfie, risate forzate, posizioni contorte e pose da influencer, si lanciano nell’impresa memorabile di catturare “la foto perfetta” da condividere sui social. Un’azione eroica, tesa a dimostrare al mondo le loro “straordinarie” vacanze.
Non amo le spiagge dove c’è quella tipa che, con una temperatura prossima a quella di Mercurio, arriva in spiaggia con tanto di trucco e chincaglieria varia indosso. Mi verrebbe da chiederle: “Ma come fai?” Poi mi rendo conto che finirei per ricevere una rispostaccia, così desisto.
Non amo le spiagge del turismo internazionale atterrato per errore dalle mie parti, che finisce per credere che la spiaggia dove ci troviamo sia una meraviglia. “Ma l’Abruzzo vero, lo avete mai visitato?”
Non amo le spiagge dove, dopo aver pagato 40 euro per un ombrellone e lettino in settima fila, ti ritrovi costretta a distenderti su un asciugamano sistemato alla meglio sul cono d’ombra della palma degli animatori!


Ecco, questo è stato il mio personale girone dantesco, un’esperienza surreale vissuta in una torrida domenica d’agosto. Mentre sudavo sotto un sole impietoso, circondata da una “mandria di persone” come un gregge durante la transumanza, e racchettoni impazziti, mi sono ritrovata a sognare disperatamente una fuga. Ogni granello di sabbia era un tormento, ogni metro verso l’acqua un’impresa titanica. Ho affrontato l’arsura, l’agonia dei piedi bruciati, e la convivenza forzata con migliaia di sconosciuti, tutti alla disperata ricerca di un po’ di refrigerio. Un teatro dell’assurdo, una sequenza infinita di prove di resistenza fisica e mentale, tutte culminate in un’unica verità: l’inferno, a volte, è solo una spiaggia troppo affollata.
P.S. Amo il mare di quelle piccole spiagge dove la sabbia è poca, i servizi ancora meno, e le masse restano lontane. Piccole oasi che mi permettono di ascoltare le onde, respirare il silenzio e, finalmente, ritrovare la pace che solo il mare sa dare.
Rossella Tirimacco
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