Ricordare la Shoah mentre Gaza brucia: una contraddizione politica, non solo morale

“Nell’odio nazista non c’è razionalità: è un odio che non è in noi, è fuori dell’uomo, è un frutto velenoso nato dal tronco funesto del fascismo, ma è fuori ed oltre il fascismo stesso. Non possiamo capirlo; ma possiamo e dobbiamo capire di dove nasce, e stare in guardia. Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”.

Primo Levi

Queste parole di Primo Levi non sono un reperto da museo, ma un monito che oggi suona più urgente che mai. Eppure, sembra che quella conoscenza necessaria si sia fermata alla superficie dei simboli, svuotandosi di fronte alla cronaca.

Per molto tempo infatti mi sono chiesta con quale coraggio una parte della politica, e del nostro governo in particolare, avrebbe ridato voce alla Giornata della Memoria dopo il silenzio assordante su quanto sta avvenendo a Gaza. Eppure, quel coraggio lo hanno avuto.

Oggi, 27 gennaio, le bacheche social fioriscono di messaggi dedicati alla Shoah. Nel leggerli provo una sensazione profondamente disturbante. Non perché il ricordo sia sbagliato, al contrario: è perché mette a nudo una contraddizione che non possiamo più ignorare. Commemorare la Giornata della Memoria mentre è in corso un genocidio ci pone di fronte a una realtà distorta.

Riesce difficile accettare questo “coraggio” davanti alle immagini di Gaza e alla furia devastatrice esercitata su quel territorio. Risulta altrettanto difficile comprendere come chi ha conosciuto l’orrore del nazismo e della segregazione possa oggi indossare i panni di quegli stessi aguzzini. È straziante vedere i corpi per le strade, migliaia di bambini uccisi e case e persino ospedali bombardati, mentre i responsabili parlano in mondovisione di pace e ricostruzione.

Ed è amaro credere che i palestinesi riavranno mai le loro case, dopo aver visto illustrati i piani per una “New Gaza” nel Board of Peace: una visione che trasforma le macerie e il dolore in un’operazione di speculazione immobiliare. Un progetto presentato nei salotti di Davos che parla di resort di lusso, grattacieli e ‘potenziale turistico’ fronte mare, proprio lì dove oggi si scava a mani nude tra i detriti per cercare i propri figli.

Queste contraddizioni non sono solo morali; sono questioni politiche nel senso più alto e scomodo del termine. La storia insegna che i genocidi non avvengono nel silenzio totale, ma sotto gli occhi di chi guarda e decide di non intervenire. Avvengono mentre qualcuno dice “non è così semplice”, mentre si discute di equilibri geopolitici e l’umanità viene subordinata all’interesse.

Oggi, mentre le istituzioni si stringono in discorsi solenni e parole pesate, la Memoria, quella vera, viene dimenticata. Assistiamo a una sua ritualizzazione: una ricorrenza obbligata, svuotata di funzione etica e resa compatibile con l’orrore contemporaneo.

Che valore ha la Memoria se non incide sulle decisioni del presente? Ricordare non basta. Senza il riconoscimento di ciò che accade oggi, il ricordo non è testimonianza: è autoassoluzione. Nessuna commemorazione potrà cancellare la responsabilità di aver guardato altrove mentre la storia si ripeteva.

Oggi, 27 gennaio, dovremmo avere il coraggio di non separare il passato dal presente. Di chiamare per nome la distruzione a Gaza. La Memoria non è un museo da visitare una volta l’anno, ma uno strumento per riconoscere l’orrore mentre accade. Se non siamo capaci di estenderla all’oggi, non stiamo ricordando nulla. Nessuna parola spesa per i morti di ieri sarà mai credibile se resta muta davanti ai morti di oggi.

Rossella Tirimacco

Professionista nella Relazione d’Aiuto, Trainer esperta in Comunicazione e Processi Relazionali