“Se la Terra muore, voi morite. Se voi morite, la Terra sopravvive”
Harry Bates “Ultimatum alla Terra” – 2008
Il cinema, spesso, non è che una premonizione mascherata da intrattenimento. Rivedere oggi “Ultimatum alla Terra” (2008), con lo sguardo gelido di Keanu Reeves nei panni di Klaatu, non evoca più quel brivido fantascientifico di una volta, ma un amaro senso di logica, quasi il desiderio che la finzione si faccia realtà. È un paradigma ribaltato quello che ci viene proposto, dove gli uomini non sono le vittime di un’invasione aliena, ma sono parassiti di un ecosistema che non sanno più onorare. Nel film, infatti, l’alieno non arriva sulla Terra per conquistarla o per distruggerla, ma per preservarla dall’unico predatore capace di annientare il proprio futuro: l’essere umano
L’Arbitro Esterno: il desiderio proibito di un nuovo Diluvio
Il paragone con il film era d’obbligo, considerando ciò che stiamo vivendo. Guardare i fiumi di sangue che scorrono oggi nelle zone di conflitto, quell’orrore gratuito ai danni di povera gente, è un dolore troppo forte da sostenere per chi non ha smesso di usare il cuore. L’uomo è da sempre un essere bellicoso; basta guardare indietro nella storia per rendersi conto che non c’è mai stato un solo secolo di pace.
Eppure oggi, dopo due Guerre Mondiali, sentir parlare ancora di ‘fare’ la guerra, di atomiche, o anche solo paventarne l’uso — e tutto questo da parte di Stati cosiddetti “civili e democratici” — fa pensare che l’Uomo vada, in qualche modo, fermato. Così, quel paradosso cinematografico smette di essere finzione e si trasforma in un desiderio proibito. Forse in realtà, è solo la speranza in un arbitro esterno, imparziale e severo, che metta fine al gioco prima che tutto venga incenerito e che possa, finalmente, ripulire questa follia nelle acque di un nuovo Diluvio Universale.
La Storia al rovescio: tra Western, Riserve e “la banalità del Male“
Sono tempi difficili quelli che stiamo vivendo, dove sembra che la storia non ci abbia insegnato nulla. È come se un virus si fosse diffuso tra di noi. Ma la deriva del mondo non è solo frutto delle azioni feroci di personaggi come Trump o Netanyahu, le cui politiche sembrano scritte col fuoco e col ferro. Ormai credo sia evidente a tutti quanto il colonialismo sia ancora un tema attuale. Se poi aggiungiamo il fanatismo religioso che oggi più che mai muove queste due ‘potenze’ — l’una con il sogno della ‘Grande Israele’ e del ‘popolo eletto’, l’altra con la brama di potere e la necessità di una supremazia imperante — il mondo diventa un luogo dove, senza la bomba atomica, nessuno è al sicuro. Una realtà spietata: più ci si arma, più ci si illude di essere protetti dai nemici.
Ma chi sono i nemici? E quali gli amici?
Tutto dipende dall’alleanza del momento.
Non è più una questione di etica o di morale: vince il cattivo travestito da buono.
Esattamente come nei vecchi film western americani: la storia appresa al contrario, dove le vittime (i nativi) venivano dipinti come carnefici. Una lezione che il sionismo ha imparato e riprodotto sui palestinesi. Perché spesso la storia non funziona per quello che è, ma per come viene presentata.
Ci vorranno infatti anni prima che il mondo guardi alla tragedia palestinese, oggi vittima di un genocidio, con la stessa consapevolezza con cui oggi guardiamo al destino degli indiani d’America. Si dice però che quando l’opinione pubblica si sveglia, le cose cambiano.
Ma è davvero così?
Osservando il silenzio dei pavidi, degli ignavi, oggi al governo, e anche nell’Unione Europea, appare chiaro che il cambiamento non passerà da loro, o almeno non in senso positivo. Chiusi nei loro uffici climatizzati, pesano l’orrore in base ai voti e alle convenienze economiche. Incapaci di un gesto di vera umanità, incarnano quella ‘banalità del male’ che si fa burocrazia, istituzione e, infine, indifferenza. Un solo Sanchez per tutta l’Europa non può bastare per arginare questa follia in cui gli Usa e Israele stanno trascinando il mondo verso l’abisso.
Un finale da scrivere
Se Klaatu scendesse oggi tra noi, probabilmente non farebbe nemmeno la richiesta di voler parlare con “i capi”, e nemmeno avrebbe bisogno di emettere un verdetto. Gli basterebbe mostrarci uno specchio. Ma, a differenza del film, non ci sarà un comando di “arresto” dell’ultimo minuto da parte di una potenza superiore. La salvezza della Terra dagli uomini, o meglio, la salvezza degli uomini da se stessi, resta un compito che nessun alieno verrà a svolgere per noi.
Ma la vera domanda, quella che resta sospesa nel silenzio assordante delle nostre coscienze, non riguarda la tecnologia aliena o la geopolitica, ma l’etica. Dove siamo disposti ad arrivare? Qual è il punto di non ritorno oltre il quale smettiamo di chiamarci “umani”?
Nel film, Klaatu ci osserva come una specie che ha fallito il test elementare della convivenza. Oggi, guardando oltre lo schermo, sembra che quel test lo stiamo stracciando con consapevole ferocia. Non è più solo una questione di chi detiene il potere, ma di cosa siamo diventati noi che guardiamo scorrere il sangue attraverso un display, divisi tra l’indignazione di un momento e l’impotenza del giorno dopo.
Forse l’ultimatum non arriverà dallo spazio. Forse l’ultimatum è già qui, scritto nelle nostre azioni e nei nostri silenzi. Se non saremo capaci di fermarci da soli, se non ritroveremo quella scintilla di empatia che ci distingue dalle macchine di distruzione che abbiamo creato, e da tanti esseri divenuti dei veri e propri “demoni”, allora l’alieno non sarà più colui che viene da lontano, ma l’uomo stesso: un estraneo a se stesso, un ospite indesiderato in un mondo che non sa più proteggere.
Eppure mi chiedo “è possibile distruggere tanta bellezza? Cosa ci porta a fare del male ad altri esseri umani e alla Terra stessa? Forse la risposta, come nel film, si trova quando si è ‘a un passo dal baratro’, perché solo in risposta alla fine c’è evoluzione. Probabilmente è così… forse il nostro baratro sarà anche la nostra salvezza.
Rossella Tirimacco
Il presente testo è protetto da copyright © Rossella Tirimacco.
La condivisione è benvenuta, purché venga sempre citata la fonte e l’autrice. Per utilizzi diversi o pubblicazioni, contattami direttamente.
