“Forse siamo delle marionette – delle marionette controllate dai vincoli della società. Ma almeno siamo marionette dotate di percezione, di consapevolezza. E forse la nostra consapevolezza è il primo passo verso la nostra liberazione.”

S. Milgram

Il periodo nazista è stato per la sua natura così violenta e crudele, uno dei periodi storici che ancora oggi ci mette di fronte ad innumerevoli domande, come ad esempio:”cosa può aver portato milioni di individui a seguire Hitler e la sua stessa follia? Cosa può aver reso così cieca un’intera popolazione, di fronte all’orrore di quanto stava avvenendo nei campi di sterminio? Come mai gli individui di fronte ad una figura autoritaria, accettano e obbediscono supinamente ordini che vanno contro la morale stessa?”
Tali domande non riguardano solo il nazismo, ma riguarda interi periodi storici, come l’Inquisizione, ad esempio, o il massacro dei cristiani nelle arene, il massacro degli Inca per mano degli spagnoli, e potrei continuare all’infinito riportando guerre, guerriglie, suicidi di massa ad opera di “santoni”, e che ancora oggi si riflettono sotto altre forme nella nostra società dei consumi- Forse tutto ciò riguarda la natura dell’uomo stesso e ha a che fare con il concetto di “autorità” e “obbedienza”. Poiché un “capo” non è tale senza l’ausilio di chi obbedisce, e nella fattispecie, se pensiamo appunto al periodo nazista, l’obbedienza diventa l’elemento psicologico utilizzata per influenzare l’azione individuale allo scopo politico.”

Adolf Eichmann Eichmann offrì di se stesso un’immagine poco appariscente, quasi sommessa, ben diversa da quella di inflessibile esecutore degli ordini del Führer; negò di odiare gli ebrei e riconobbe soltanto la responsabilità di avere eseguito ordini come qualunque soldato avrebbe dovuto fare durante una guerra. Hannah Arendt lo descrisse, con una frase poi passata alla storia, come l’incarnazione dell’assoluta banalità del male.

Ed è proprio l’obbedienza ad influenzare gli studi di Stanley Milgram, uno dei più famosi psicologi del secolo scorso.
Milgram è un giovane ricercatore che insegna psicologia sociale alla Yale University, laureato ad Harvard, ha delle idee all’avanguardia ed è molto interessato ai comportamenti dell’uomo nelle metropoli, il suo interagire e le sue reazioni di fronte all’autorità. In quegli anni, è iniziato il processo di Gerusalemme, e Milgram segue con interesse ciò che sta accadendo dall’altra parte del mondo, e resta particolarmente colpito dal processo di Adolf Eichmann, l’ex colonnello delle SS responsabile del piano di sterminio nazista. Il ricercatore è anch’egli un ebreo, figlio di immigrati dell’est Europa, non stupisce quindi il suo interesse per uno dei processi più famosi della storia, ma ciò che lo colpisce maggiormente è appunto la figura di Eichmann.
Il colonnello era infatti un uomo dall’apparenza tranquilla, che offre di sé un’immagine poco appariscente, quasi dall’uomo della porta accanto. Un’immagine quindi ben diversa da quella del crudele esecutore degli ordini del Führer e responsabile della morte di milioni di persone. Ed è proprio partendo da queste considerazioni che Milgram si chiede cosa può aver spinto quegli individui a mettere in moto quella mostruosa macchina di morte, poiché se da un lato Eichmann era in un qualche modo l’organizzatore di quell’orrore, ciò però era stato reso possibile dai tanti che obbedirono ai suoi ordini. È, possibile che gli individui siano disposti a calpestare le leggi di ordine morale, se l’ordine arriva dall’autorità?”
Da queste considerazioni partirono gli studi di Milgram e che diedero il via all’esperimento che porta il suo nome.
Scopo dell’esperimento era indagare la sfera dell’autorità e dell’obbedienza per cercare di comprendere le ragioni che spingono all’esecuzione di ordini riprovevoli. In particolare Milgram desiderava sperimentare come la gente normale, nata e cresciuta in una libera democrazia, si comportava di fronte all’autorità e di fronte a degli ordini che violavano palesemente il loro senso morale, la loro sensibilità e la loro cultura.

Stanley Milgram

L’esperimento

L’esperimento ebbe inizio nel 1963, i partecipanti vennero reclutati dietro un compenso di 4 dollari, tramite un annuncio sul giornale in cui veniva dichiarato che avrebbero partecipato a un esperimento per valutare l’efficacia del rinforzo negativo nei processi di apprendimento. Il campione venne costituito da 40 volontari tra i 20 e i 50 anni.
I partecipanti ad ogni singolo test erano tre soggetti, a cui ad ognuno di loro veniva assegnato un rispettvo ruolo: allievo, insegnante, sperimentatore. Lo sperimentatore viene interpretato da un 31enne professore di biologia, mentre la vittima (allievo) è un uomo di 47 anni, contabile, addestrato alla parte.
Ai 40 partecipanti viene detto che la sorte deciderà i ruoli, attraverso dei biglietti (truccati) , estratti a caso. Le coppie allievo-insegnante si ritrovano trovano quindi ad uno ad uno in coppia con il complice contabile, che finge di essere un partecipante alla sperimentazione, mentre il complice estrae sempre il ruolo della vittima. In entrambi i bigliettini era scritto “insegnante”.

Alcune fasi dell’esperimento

I ruoli

Il volontario che avrebbe assunto il ruolo dell’insegnante, era quindi l’unico ad essere all’oscuro di tutto il progetto.

Il volontario che avrebbe recitato il ruolo dello sperimentatore, aveva il compito di seguire il copione, cordinare l’esperimento e impartire gli ordini.

Il volontario a cui era stato assegnato il ruolo dell’allievo, era anche lui al corrente del “vero esperimento”.

I protocolli del test

L’allievo, insieme all’insegnante, veniva condotto in una stanza dove veniva legato ad una sedia e degli elettrodi venivano applicati sulle sue braccia.
L’insegnante poi si allontanava e raggiungeva in un’altra camera lo sperimentatore. Le due stanze, non comunicavano tra di loro, e i due potevano ascoltarsi, ma non vedersi.
In questa stanza, l’insegnante era posto di fronte a una macchina, la cui funzione dichiarata era quella di inviare scosse elettriche all’allievo, e sula quale vi era anche una serie di leve sulle quali era segnato il corrispondente voltaggio, dai 15 volt a 450 volt. In realtà era tutto falso, e le scosse non erano vere, ma ciò che contava è che il volontario con il ruolo di insegnante ci credesse, al fine di poter comprendere la sua reazione. Ai partecipanti, precedentemente era stata fatta provare una carica da 45 volt, per consolidare la verosimiglianza dell’apparecchiatura. Prima di iniziare, lo sperimentatore rassicura i partecipanti:

“Anche se le scosse possono essere estremamente dolorose, non causeranno danni permanenti.”

Il protocollo del test prevedeva che l’insegnante doveva porre delle domande all’allievo il quale volutamente dava delle risposte sbagliate. Ad ogni risposta sbagliata, l’insegnante avrebbe dovuto azionare una delle leve e scaricare un breve voltaggio elettrico all’allievo. Ad eventuali reticenze dell’insegnante nel somministrare la scossa, sarebbe intervenuto lo sperimentatore, il quale ordinava di continuare e incalzava di non fermarsi con frasi del tipo: «l’esperimento richiede che lei continui», «è assolutamente indispensabile che lei continui», «non ha altra scelta, deve proseguire»
L’intensità delle scosse doveva essere aumentata gradualmente ad ogni errore commesso dall’allievo.
Dall’altra parte, l’allievo aveva il compito di recitare il suo copione, che prevedeva una performance di urla e lamenti, e in alcuni casi questi doveva persino dichiarare di essere cardiopatico e di non riuscire più a sopportare il dolore. Dopo una determinata scarica elettrica, doveva addirittura smettere di reagire, fingendo di essere privo di sensi.
L’esperimento era considerato concluso in due casi:
l’insegnante aveva dato tre scosse al massimo voltaggio;
l’insegnante non intendeva più obbedire allo sperimentatore e interrompeva l’attività.

I risultati dell’esperimento

I volontari con il ruolo di insegnanti, espressero, tutti, senza eccezione, segni di disagio e di insofferenza, eppure, nonostante la manifesta contrarietà a quanto stava avvenendo e a ciò che veniva loro richiesto, tutti, o insegnanti tutti, o almeno fino a un certo punto, obbedirono agli ordini dello sperimentatore.
Pur non essendo costretti, tutti arrivarono a somministrare scosse da 210 volt.
Il 62,5% somministrò le scariche con il massimo voltaggio.

Considerazioni finali

La prima considerazione di Milgram di carattere generale mise in evidenza che:

Chiunque è in grado di eseguire un ordine immorale, distruttivo e nocivo impartito da una autorità.

Nello stesso tempo il ricercatore si interrogò sul perché l’uomo sia portato a ubbidire. Egli individuò alcune ragioni che motivano l’obbedienza:

l’obbedienza è un principio che è insegnato all’uomo sin da quando è bambino, sia in famiglia che a scuola;
l’uomo vive, nella sua esperienza con l’autorità, in un sistema che dispensa premi e castighi a seconda che si ubbidisca o meno;
l’essere disponibili a obbedire permette il mantenimento dell’organizzazione sociale e il funzionamento di una società organizzata per gerarchie;
colui che impartisce ordini è considerato meritevole di fiducia e competente;
nell’esecuzione di un ordine, colui che ubbidisce non si sente responsabile dell’azione che svolge. La responsabilità viene fatta ricadere su colui che ordina;
si è portati ad obbedire a un ordine che impone l’esecuzione di un atto crudele o violento quando l’azione da realizzare è graduale e da svolgersi in un prolungato intervallo di tempo.

Le numerose ricerche che hanno successivamente utilizzato il paradigma di Milgram hanno tutte confermato i risultati ottenuti dallo studioso, che sono stati ampiamente discussi anche nell’ambito di quel cospicuo filone di studi interessati a ricostruire i fattori che hanno reso possibile lo sterminio ad opera dei nazisti.

Lo scopo dell’esperimento era scoprire quante persone infliggevano la scarica massima e quante sceglievano di abbandonare l’esperimento, e quanto l’obbedienza variava al variare delle condizioni sperimentali. Milgram realizzò numerose varianti dell’esperimento, nella tabella sottostante sono descritti i principali

Considerazioni personali

Alla luce di esperimenti come quello realizzato da Milgram, possiamo davvero dare per certe le nostre capacità di regire umanamente in situazioni che richiedono di violare il nostro codice morale? Quello dell’autorità e dell’obbedienza è un tema vasto e complesso e che ci mette di fronte ad infiniti scenari, che vanno dal rapporto genitori-figli al rapporto datore di lavoro-dipendente, dal capo politico, all’elettore, dal capo dottrina al fedele, dal personaggio vip che magari vediamo in tv e che riveste il ruolo di “autorità” al semplice ammiratore. Dai piccoli esempi del nostro quotidiano, alle cronache dei giornali che ci parlano di ragazzi che entrano in vortici di giochi assurdi in cui da un soggetto che riveste il ruolo di autorità, viene chiesto loro persino di uccidere o uccidersi, gli esempi sono infiniti e ci portano inevitabilmente a riconsiderare la nostra prevedibilità e influenzabilità.

Rossella Tirimacco

Fonti bibliografiche e citazioni

Stanley Milgram “Obbedienza all’autorità”

Studio sull’obbedienza all’autorità di Milgram

Alessia Offreddi “Studio comportamentale sull’obbedienza di Stanley Milgram – I grandi esperimenti di psicologia

Lo studio sull’obbedienza: l’esperimento di Milgram